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Una storia già scritta migliaia di volte: Capitolo 5

Una storia già scritta migliaia di volte: Capitolo 5

Nota

“Una storia già scritta migliaia di volte” è un racconto a puntate. Ogni capitolo aggiungerà nuovi dettagli alla storia. Si consiglia di leggerli in ordine per comprendere meglio gli eventi narrati.
Questo capitolo partecipa alla sfida #narratoridistorie per il mese di maggio. Questa volta la sfida consisteva nell’usare la “forza” e la consegna “Insegnano che la storia si ripete, che lo vogliamo o no.” Non è stato facile neanche questo mese, purtroppo l’ispirazione non si è fatta vedere troppo e il tempo invece era sempre troppo poco. Alla fine sono riuscita a portare avanti questa storia con altri dettagli in più. Mi rendo conto che mancano tante piccole cose e forse la riscriverò in una forma migliore in futuro, tuttavia per il momento Calliope e Ares stanno continuando a raccontare le loro vicende.

Trama

Calliope ama i libri da tutta la vita e inventa mondi fantastici per i suoi lettori. Ha successo anche se nessuno sa chi si nasconde davvero dietro lo pseudonimo che usa. Una maschera che mostra al mondo per non affrontare le sue paure.
Ares è organizzato, metodico e calcola ogni passo che fa e le sue conseguenze, fino a una sera in cui si affida all’istinto, senza immaginare che la sua vita cambierà completamente.

Nelle puntate precedenti

Per chi non ha letto gli altri capitoli, faccio un breve riassunto: Calliope è in crisi per il suo ultimo romanzo, non riesce a creare un rapporto con la sua famiglia e le sue amiche sembrano andare avanti nella vita mentre lei sta ferma. Dopo una notizia sconvolgente, entrambe le sue amiche hanno annunciato di aspettare un figlio, Calliope passa una notte in giro per i locali a ballare con Ares, il suo agente. Questo capitolo racconta la mattina dopo quella notte.
Capitoli già pubblicati:
Prologo
Capitolo 1, Capitolo 2, Capitolo 3, Capitolo 4

Una storia già scritta migliaia di volte

Capitolo V

copertina storia già scritta migliaia di volte

Il sole entrava prepotente dalla finestra. Ancora una volta, Calliope aveva dimenticato di chiudere le tende. Si era abituata, non solo a dormire poco ma anche a tralasciare piccole cose come la faccenda delle tende. Si alzò e andò dritta sotto la doccia, senza guardarsi allo specchio. Era passato molto tempo dall’ultima volta che aveva passato una notte come quella: in giro per i locali a ballare e bere. Al college era quasi la regola all’inizio, faceva parte della vita da universitario fuori casa. Una volta che gli impegni erano diventati più pesanti e difficili da incastrare, aveva lasciato perdere le nottate e aveva intrapreso la strada più tranquilla delle serate sul divano.

Si lavò, si vestì comoda e andò in cucina a prepararsi un caffè doppio invece del suo solito the. Avrebbe aiutato la sua mattinata post sbronza. Poteva contare sulle dita delle mani le volte in cui si era davvero lasciata andare, senza badare ai bicchieri che riempiva e svuotava e non sapeva come considerare quella svolta. Non sapeva se fosse la solitudine che aveva provato la sera prima, il fatto che si fidasse completamente di Ares e quindi avesse abbassato la guardia per quel motivo o se le sue ragioni fossero più profonde. Non aveva molta voglia di indagare, così prese la tazza di caffè e andò nella biblioteca.

Si mise a sistemare alcuni dei fogli con gli appunti e i libri che erano sparsi sulla scrivania perdendo la cognizione del tempo. Mise alcuni volumi al loro posto sugli scaffali e quando si girò per prenderne altri, soffocò un urlo. Non si era resa conto che non era più sola, non aveva nemmeno sentito la porta di casa. Era talmente immersa nei suoi pensieri che non aveva sentito i passi di qualcuno avvicinarsi.

«Buongiorno Calliope. Visto che non ti degni nemmeno di rispondere al telefono, se non con messaggi stringati, ho deciso di venire direttamente da te in persona. Forse così riusciremo a parlare.» Calliope lo guardò e si morse per un istante la lingua. Avrebbe voluto sbuffare e alzare gli occhi al cielo, ma decise di non mostrare nessuna emozione. Aveva imparato che era meglio indossare una maschera quando si parlava della sua famiglia.

«Buongiorno papà. Potevi suonare o avvisare, invece di entrare in casa in questo modo, in silenzio come per tendermi un aguato.» Lo guardò per un attimo dall’alto verso il basso e come sempre non riuscì a trovare neanche un capello fuori posto. Il vestito elegante era perfetto, la cravatta come se fosse appena stata messa, la giacca senza nemmeno una piega, il viso serio e lo sguardo gelido. Aveva i suoi occhi e i suoi capelli, era quella che somigliava a lui non solo fisicamente ma anche con alcuni tratti del carattere, anche se lui ignorava quel dettaglio.

«Se ti avessi chiamato, non avresti risposto. E poi questa è sempre casa mia, direi che posso entrare quando voglio.» La sua voce era ferma e aveva detto quelle parole come se fossero una cosa ovvia. Non aveva ovviamente tenuto conto dei possibili impegni della figlia o dell’eventuale compagnia, non si era preoccupato minimamente di quei piccoli dettagli. Era venuto con uno scopo e lo avrebbe raggiunto.

«Quale notizia devi comunicarmi in modo così urgente da sacrificare il tuo prezioso tempo?» Si era promessa di non soffrire più per quelle sentenze che spesso riceveva dalla sua famiglia, tuttavia non riusciva ad essere distaccata come avrebbe voluto. Il sarcasmo era una delle poche armi che tirava fuori quando c’era di mezzo suo padre.

«Sono venuto a dirti che ti ho trovato un lavoro. È arrivato il momento che tu smetta di comportarti come un’adolescente che non sa cosa vuole fare nella sua vita. Hai sprecato abbastanza i tuoi anni di istruzione e di ottima educazione, quindi verrai a lavorare in azienda. Sarai l’assistente di tua sorella, visto che non hai nessuna esperienza. E ovviamente tornerai a vivere con me e tua madre, questa casa ho intenzione di affittarla. Non puoi abitare qua senza fare nulla, come se questo fosse normale. Farai i bagagli subito, lunedì manderò qui una dita di traslochi a prendere le tue cose.»

«Mi stai buttando fuori da questa casa? Ho ventotto anni e devo tornare a vivere con te e con la mamma e fare l’assistente di mia sorella? Stai scherzando papà?» Era rimasta sconvolta e non riusciva a capire come i suoi genitori potessero comportarsi in quel modo.

«Hai finito il college e ti sei ritirata in questa casa, non hai mai sfruttato la tua laurea, non hai un lavoro, credo sia ormai ora che tu faccia qualcosa nella vita. Se vuoi una casa grande, devi lavorare, niente ti è dovuto Calliope. Hai un paio di giorni a disposizione per scegliere cosa portare con te e cosa dare via, non potrai certo riempire la tua vecchia stanza di cianfrusaglie. Ti chiamerò appena mi confermeranno l’orario di inizio del trasloco.» Senza dire altro, si girò e andò via prima che Calliope potesse formulare una risposta.

Lei aveva sempre sperato che suo padre riuscisse ad accettarla per come era davvero, ogni volta sperava in una svolta positiva e invece nulla era cambiato davvero in tutti quelli anni. Insegnano che la storia si ripete, che lo vogliamo o no, e per lei era proprio così. Poteva sperare e cercare di fare del suo meglio, tuttavia la sua famiglia non sarebbe mai stata contenta.

Si lasciò cadere sul divano, confusa da tutto. Continuava a sentire le parole di suo padre nella sua testa a ripetizione. Lasciò cadere alcune lacrime silenziose mentre cercare di capire come organizzare la sua vita. Aveva amato quella casa, era stata il suo rifugio per sei anni, lì avevo scritto la maggior parte dei suoi libri, aveva passato serate a vedere film con Emma e Katia, aveva messo le basi per il suo futuro. Ovviamente non contava nulla di tutto quello perché suo padre aveva deciso e nulla avrebbe potuto cambiargli idea.

Si asciugò le lacrime con rabbia e con una forza che non era sicura di possedere, si alzò e prese il telefono. Dopo pochi secondi, si sentì una voce dall’altra parte che senza fare nulla di speciale la tranquillizzò. Si rese conto in quell’istante che non sarebbe stata sola in quel viaggio.

«Hai un momento Ares? Ho bisogno del tuo aiuto.» Gli raccontò tutto quello che era appena successo e poi si misero d’accordo per i dettagli dell’idea che aveva avuto. Alla fine della telefonata, si sentiva più leggera. Sarebbe stato un cambiamento importante per lei, ma non poteva fare altrimenti.

Si alzò e spinta dalla forza che aveva trovato dentro di se stessa, questa volta sicura di possederla, iniziò a scrivere su un foglio il piano per il trasloco. Avrebbe lasciato quella casa, ma a modo suo. Dopo poco tempo aveva già a disposizione un deposito dove mettere tutti gli scatoloni in attesa di trovare una casa giusta per lei, una squadra che l’avrebbe aiutata a impacchettare i libri e a spostarli, un’altra che avrebbe pulito la casa per lasciarla in condizioni perfette.

Iniziò dalla sua cabina armadio, tirò fuori le valigie e piano piano sistemò parte dei vestiti. Passò in rassegna tutto ciò che le sarebbe stato utile nell’immediato e cosa invece avrebbe messo via nel deposito che Ares le aveva trovato. Passò poi da una stanza all’altra a controllare quali fossero le cose da portare via. Alcune camere, soprattutto quelle degli ospiti, non le usava più da tempo. In fondo la parte importante di tutto era stata solo la biblioteca. Era l’unica stanza che le dispiaceva lasciare.

Il lunedì dopo, alle dieci del mattino, si trovava in corridoio dopo aver fatto un ultimo giro della casa. Era così impersonale che non la sentiva più sua. La squadra delle pulizie aveva fatto un ottimo lavoro, ogni superficie splendeva. Una consulente aveva finito il tutto con dei piccoli dettagli come i fiori freschi, i nuovi copriletti e i cuscini del divano sistemati ad arte. Sembrava una di quelle case che si vedono nei programmi televisivi, pronta per essere visitata dal possibile compratore o inquilino.

Si girò e vide Ares appoggiato alla porta d’ingresso. Era stato accanto a lei in tutto, non più come agente ma come amico. Le aveva fornito i contatti, aveva diretto le diverse squadre in modo che tutto andasse a buon fine e cosa più importante, l’aveva supportata in quella decisione.

«Ho controllato e tutto è stato sistemato con cura nel deposito e le tue valigie sono state portate in albergo. Non sono ancora sicuro sia la soluzione giusta per te, ma ti lascerò del tempo prima di tornare alla carica. Sai che ci sono diverse persone che ti vogliono bene e che sarebbero pronte a riceverti a casa loro e aiutarti in qualsiasi momento, vero?»

«Lo so. Non ho ancora detto nulla ad Emma e a Katia, sto aspettando il momento giusto. Devo fare questo grande passo da sola.» Sorrise e si girò per nascondere gli occhi lucidi. «Oggi finisce un capitolo della mia vita e devo iniziare uno nuovo con le mie forze.»

«Questo non significa che gli amici non possono starti vicino in questa impresa. Inizierai un nuovo capitolo, ma non sarai sola.» Le sorrise e dopo qualche secondo tirò fuori la mano dalla tasca. «Ti ritorno il paio di chiavi che avevo io e ti do quelle di casa mia. Prima che tu ti metta a dire qualcosa, voglio che tu sappia che puoi venire quando vuoi. Io l’ho fatto con te negli ultimi anni, puoi ricambiare il favore.»

Calliope prese entrambi i mazzi di chiavi e uno lo mise in borsa. Guardò per un’ultima volta la casa silenziosa e uscì, chiudendo la porta e con essa, un altro capitolo della sua vita.

Forse quello era il momento che attendeva per ritrovare la vera se stessa, nascosta da tanto tempo sotto pesanti strati di poca autostima.

Disclaimer & copyright

Il contenuto del racconto pubblicato sopra è protetto dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d’autore, legge n. 633/1941, qualsiasi riproduzione anche parziale senza autorizzazione è vietata. Questa breve storia è un’opera di fantasia, personaggi e situazioni sono inventate e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

Per altri racconti –> Racconti

One comment

  1. Stephi

    Niente, io qui con gli striscioni “Ma quando si mettono insieme questi dueeee”. Perché sono adorabili, davvero. Come amici prima di tutto, ma non è poi vero che il compagno ideale è anche il nostro più caro amico? 🙂 Che dirti Liv, io come sempre rimango stupita e incantata dai tuoi racconti, perché anche se dici di non avere ispirazione (e capisco fin troppo bene il dramma), poi riesci a tirare fuori delle storie che nella massima semplicità colpiscono e arrivano dritte al cuore. Guarda qua, per esempio: parti da una consegna bella tosta e con una maestria che solo i grandi scrittori hanno riesci a tirare fuori un piccolo capolavoro, andando a trattare con una bravura incredibile temi tosti e delicati come l’autostima, la fiducia, il peso del giudizio degli altri, il dolore dell’essere giudicati dalla famiglia – che dovrebbe essere invece la prima a spronarti, e giusto per citarne alcuni. Io non so come fai, ma ogni tuo scritto arriva e scalda l’anima, e a me non bastano mai 🙂 Attendo con ansia il prossimo della lista! Un abbraccio, Stephi

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