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Storytelling Chronicles “Incontri tra sogni e fallimenti”

Storytelling Chronicles “Incontri tra sogni e fallimenti”

Nota

copertina storytelling

Il racconto “Incontri tra sogni e fallimenti” partecipa alla rubrica mensile Storytelling Chronicles organizzata da Lady C di La Nicchia Letteraria. Per il mese di maggio, il tema era a scelta. Nulla di più facile penserete, ma vi svelo un segreto: la sottoscritta va in crisi quando deve scegliere, soprattutto in casi come questo. Dopo lunghi discorsi con me stessa (da leggere: paranoie mentali) ho accettato l’idea che la mia dolce metà mi ha gentilmente suggerito e ho usato l’immagine proposta, che vedrete sotto come copertina del racconto.

Ovviamente non è stato facile scrivere e mi sono ridotta all’ultimo come sempre, perché nonostante l’idea di base ci fosse, le parole faticavano a uscire fuori. Ho scritto una bozza poi riscritta interamente e poi modificata ancora. Stasera ho deciso di pubblicare perché altrimenti arriverei alla data di scadenza guardando ancora il foglio di testo senza speranza.

Trama

Il protagonista si ritrova a vagare di sera sulle vie della città, dopo aver ricevuto una brutta notizia. Incontra il suo passato, affrontando diversi momenti importanti della sua vita.

Incontri tra sogni e fallimenti

copertina racconto

La strada sembrava deserta. I lampioni riuscivano solo a creare giochi di ombre tra i rami degli alberi spogli, coperti da uno stratto di nebbia che deformava la realtà. L’oscurità e l’umidità fredda dell’aria creavano un’atmosfera quasi da film horror, tuttavia rispecchiava bene il suo umore malinconico e quel senso di vuoto che aveva nel petto.

Non riusciva a vedere bene in lontananza, distingueva solo le sagome delle case, di qualche macchina parcheggiata e degli alberi animati dal vento. Il rumore dei suoi passi sull’asfalto umido assieme a quello di qualche ramo spezzato dal vento o forse da qualche animale, producevano un insieme di suoni sinistri che avrebbero fatto venire i brividi a molte persone. L’ambiente era tetro quella sera, ma lui non dava molta importanza a quel fatto. Continuava a camminare, un po’ a zig-zag, un po’ ciondolando, con il capo chino, senza guardare davvero dove metteva i piedi. Si sentiva alla deriva, senza una meta precisa e senza una direzione valida da prendere. Voleva solo dimenticare o scoprire un modo per non sentirsi più così incapace di vivere in quella società dove non trovava un posto suo.

Quella mattina si era svegliato di buon umore e pieno di speranza, come non gli accadeva da tempo. Solitamente viveva in modo tranquillo, affrontava una giornata alla volta, senza sentimenti esagerati né da un lato né dall’altro. Invece quel giorno aveva iniziato la sua solita routine con una eccitazione nuova: si sentiva felice. Aveva messo particolare cura nel vestirsi, molta più del solito, aveva sorriso sinceramente ai suoi colleghi mentre li salutava e aveva atteso l’appuntamento del pomeriggio con trepidazione.

Quando era arrivato il momento, era entrato nell’ufficio con un lieve sorriso sulle labbra, con la schiena dritta e animato da una strana emozione. Dopo pochi minuti, era uscito con la mascella contratta, serio, con gli occhi spenti, le spalle curve e con il documento che segnava la fine del suo contratto in mano. Pensava andasse tutto bene e quando aveva ricevuto la convocazione dal capo, aveva sperato in un risvolto positivo. Non era uno che si illudeva o costruiva castelli per aria, ma come tutti, anche lui si lasciava guidare a volte dalla speranza. Si era impegnato e aveva ottenuto dei risultati positivi, tuttavia l’azienda doveva fare dei tagli e lui era uno degli sfortunati che dovevano raccogliere le proprie cose e andare via.

Quando aveva sentito quelle parole, era rimasto immobile senza riuscire ad aprire la bocca. Aveva ascoltato poco e nulla del discorso pieno di ottimismo del suo capo sul futuro e sulle nuove opportunità, su come l’azienda fosse in un periodo di cambiamento e su come tutti loro dovevano impegnarsi per la riuscita del progetto. Il suo impegno di fatto consisteva nello sgomberare la propria scrivania.

Aveva passato le ultime ore del pomeriggio in una sorta di stato confusionale. Si era chiuso in se stesso e aveva continuato ad analizzare il problema da ogni punto di vista cercando di capire quali segnali avesse perso e cosa non fosse stato fatto bene. Perché nonostante tutti quei discorsi sul cambiamento, lui si era convinto che se avesse fatto di più, sarebbe stato uno di quelli a rimanere dentro senza essere considerato superfluo e non indispensabile per i progetti futuri.

Camminava mettendo un piede davanti all’altro per inerzia, aveva la testa piena di mille pensieri e di troppi piani andati storti negli anni. Un movimento catturò la sua attenzione si fermò per un istante per mettere a fuoco bene l’immagine che aveva alla sua sinistra. Riconobbe subito la scena: il momento in cui due anni prima aveva perso la sua fidanzata, probabilmente l’amore della sua vita.

Era stata colpa sua quella, perché non era riuscito a impegnarsi in qualcosa di più se non nella giornata che stava vivendo. Pensava di essere ancora giovane, non aveva voluto fare piani perché spesso doveva cambiarli. Rimandando le questioni importanti, aveva perso l’occasione di avere accanto a sé una donna forte, intelligente e bella.

Quel colpo gli faceva ancora male, spesso provava nostalgia per i momenti che aveva trascorso assieme a lei. Si sentiva solo e anche se aveva conosciuto altre donne, non era mai riuscito a trovare un’intesa con nessuna di esse.

Riprese a camminare cercando di scacciare dalla mente quei ricordi che erano troppo dolorosi. Riuscì a fare soltanto qualche passo e vide un’altra scena: i colloqui andati male perché gli mancava sempre qualcosa per raggiungere l’obiettivo richiesto. Dopo qualche altro metro, un’altra scena comparve davanti: il viaggio in cui si era fatto male, perdendo così la possibilità di crearsi una carriera sportiva. Rivide persino la finale del campionato che avevano perso perché lui aveva sbagliato la mossa decisiva, portando la sua squadra alla sconfitta. Poi comparvero davanti a lui i vari test falliti, gli esami ripetuti, le notti passate in bianco per riuscire a raggiungere il voto minimo, la delusione della famiglia, della sua squadra, degli amici.

A destra e a sinistra della strada, la sua vita sembrava un ammasso di momenti infelici in cui lui aveva dimostrato solo di non essere adatto alla situazione, di non essere abbastanza per il posto che occupava in quel determinato periodo. Razionalmente sapeva di aver raggiunto qualche traguardo, eppure in quel preciso istante sembrava avesse collezionato solo un fallimento dietro l’altro.

Chiuse gli occhi e prese un paio di respiri profondi, cercò di distrarsi, di guardare le proprie scarpe piuttosto che attorno a lui. Non voleva più vedere la delusione negli occhi di nessuno, non riusciva più a sopportarlo. Andò avanti così per poco fino a quando qualcosa non attirò nuovamente la sua attenzione tanto da fargli girare la testa. Su una panchina, sotto i rami di un albero che sembrava artigli, c’era un bambino.

Mise da parte il suo dramma interiore e andò dritto da lui. Era tardi, buio e freddo e non trovava normale che un bambino fosse da solo per strada a quella ora. Lo guardò stare rannicchiato e si sedette piano cercando di non spaventarlo.

«Ehi, i tuoi genitori dove sono? È molto tardi, non dovresti essere già nel letto a questa ora?» Non riusciva a capire se fosse un ragazzo o una ragazza, così decise di fare una domanda più vaga, voleva attirare l’attenzione e aiutarlo senza spaventarlo. Stabilire un legame, anche se breve, lo avrebbe aiutato in quella impresa.

«Saranno a casa a preoccuparsi perché non hai risposto ai loro messaggi di oggi.» Il bambino alzò la testa e lo guardò dritto negli occhi. Quando lo vide, con un salto si alzò dalla panchina incredulo a quello che aveva davanti: se stesso.

«Paura di ciò che sei o di ciò che sei stato?» Il bambino che era stato continuava a incalzarlo con le domande, senza tregua. «Ricordi come eri a dieci anni? Senza pensieri, a correre libero nei parchi e sul campo, ad esultare per qualsiasi palla che si avvicinava alla porta. Facevi salti di gioia persino quando prendevi un palo perché in fondo ti eri avvicinato alla vittoria. Era un traguardo anche quello.» Il bambino gli sorrise dolcemente. Era sereno, spensierato, con gli occhi che luccicavano ancora per la passione per lo sport.

Lui, da adulto, aveva dimenticato come si sentiva da piccolo. Con il tempo le sconfitte avevano iniziato a pesare più delle vittorie, rendendo amaro qualsiasi obiettivo mancato.

«La vita da adulti è difficile, ci sono mille complicazioni, compromessi, piani che vanno in fumo e sogni che si infrangono senza darti la possibilità di prepararti a ricevere il colpo. L’impatto a volte fa così male, che hai bisogno di parecchio tempo per guarire. Non si riduce tutto a chi ha fatto il tiro più vicino alla porta, o la centri o sei un perdente.» Insegnare a se stesso bambino ad essere cinico non era facile, gli sembrava quasi di fare un torto a quel essere innocente e pieno di speranza che aveva persino dimenticato.

«Quando sei caduto dalla bici e ti sei rotto un polso, hai aspettato di togliere il gesso e sei risalito tornando a fare le corse spericolate con i tuoi amici. Quando perdevate una partita, facevate di tutto per migliorare e vincere la prossima e quando non accadeva, pensavate alla prossima ancora. Potevate essere anche i più scarsi, ma andavate avanti perché era l’unica scelta. Perché adesso non riesci più a farlo?»

«Devi ancora crescere, devi vivere tante cose brutte per arrivare ad essere me e capire davvero ciò che penso. Da bambino eri troppo ottimista e con la testa tra le nuvole, piena di sogni al limite del possibile.»

«E crescendo non siamo più così? Perché i miei sogni non sono anche i tuoi?»

«Si sono spezzati e persi per strada. La vita li ha colpiti fino a distruggerli lentamente.»

«E tu sei stato a guardare mentre i nostri sogni venivano spazzati via? Come hai potuto farlo? Erano la nostra parte migliore. Dovevi proteggerli, dovevi lottare.» Il bambino scoppiò a piangere in silenzio mentre i suoi occhi mandavano saette.

«Forse crescendo sei diventato più codardo e hai scelto la strada più sicura, rinunciando all’avventura e ai sogni. L’essere adulto ti ci ha portati fuori rotta senza che facessimo nulla per tornare sulla direzione giusta. La sicurezza di un momento reale a volte ci basta e significa più dell’eccitazione di un sogno che forse non si avvererà mai.»

«Quindi devo lasciar perdere tutti i miei desideri? Vincere una coppa, trovare una bella ragazza, avere una casa mia, un cane e una bella macchina come quella dei vicini, sono solo cose che non avremo mai?»

«Alcune le avremo, ma non saranno come le abbiamo sempre immaginate. Forse è quello il grande errore che ho fatto: ho analizzato troppo ciò che mancava e che non avevo raggiunto invece di rallegrarmi per ciò che avevo davanti a me.»

«Allora alzati e rallegrati per ciò che hai ancora, la strada è lunga e la nebbia sta scomparendo. Dovresti fare il possibile per raggiungere la tua destinazione.»

Si guardò attorno ed effettivamente le case e il parco attorno a lui si vedeva meglio, le luci formavano delle ombre più precise, il tutto era diventato più tranquillo e silenzioso come se ormai la natura fosse in pace con se stessa. Sorrise, in modo sincero. Si girò per ringraziare il bambino, ma non lo vide più. Iniziò a ridere, di gusto come non gli accadeva da tempo. Non doveva guardare in giro per vedere quel bambino, perché in fondo viveva dentro di sé. Era ancora lì da qualche parte, pieno di ottimismo e con il sorriso sempre pronto, doveva solo ritrovarlo e farlo incontrare con l’adulto cinico e disilluso che era diventato.

Disclaimer & copyright

Il contenuto del racconto pubblicato sopra è protetto dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d’autore, legge n. 633/1941, qualsiasi riproduzione anche parziale senza autorizzazione è vietata. Questa breve storia è un’opera di fantasia, personaggi e situazioni sono inventate e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

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4 Comments

  1. Giusy

    La storia mi ha coinvolto ed emozionata molto. È facile rivedersi nel tuo protagonista, nei suoi sogni infranti, nelle disillusioni che ognuno di noi trova sul cammino. Mi è piaciuto molto come hai impostato la storia, quel.bambino che è in ognuno di noi e che deve spronarci a non arrenderci è un’immagine davvero bella, mi hai davvero emozionata.

  2. Silvia Maria Bragalini

    Ciao Liv!
    Ogni tanto ci delizi con qualche racconto più riflessivo e introspettivo, ricco di sagge considerazioni. Il confronto tra i “se stessi bambini” e gli adulti che siamo diventati è un tema forse spinoso per molti di noi. Purtroppo i grandi sogni dell’infanzia e dell’adolescenza si scontrano con la realtà, e il rischio è quello di “farsi trascinare dagli eventi” perdendo di vista i veri noi stessi, le nostre reali identità ed aspirazioni. Il mondo del lavoro poi… secondo me, dalla crisi in avanti, si è radicata un’abitudine perniciosa a buttare sul personale cose che di fatto non lo sono, ed a giudicare le persone “fallite” o “riuscite” come se fossero i soufflè di Audrey Hepburn in Sabrina. Bisognerebbe sempre chiedersi: chi sono veramente per noi queste persone che ci hanno rifiutato o allontanato per una questione lavorativa, giudicandoci male, magari in dieci minuti? Sono davvero così importanti per noi? Per me, in definitiva, non così tanto. Qui giustamente si parla del “bambino che eravamo”, ma secondo me è anche molto pericoloso lasciare in eredità questa paura del fallimento ai nostri figli, che già sono figli nostri e della crisi (tranquilla non sono incinta, era un “nostri” generico). Insomma, sei decisamente riuscita a farmi riflettere! Complimenti e alla prossima 🙂

  3. Martina Sella

    Non mi sarei mai aspettata questo risvolto, sei stata davvero convincente con il tuo modo di scrivere. Devo dire che l’ho apprezzato particolarmente il racconto perché rispecchia la vita di molti, me compresa. Dobbiamo imparare a capire che anche se non abbiamo raggiunto dei traguardi, abbiamo comunque fatto un percorso e che in fondo, si può essere felici anche per le piccole cose.

  4. Susy

    Ho usato anch’io la stessa immagine questo mese, ma tu hai scelto di rappresentarla sfruttando la tristezza perchè è questa l’emozione che più ho trovato in tutto il racconto. La tristezza del protagonista che deluso dalla vita e da quello che gli succede sembra vagare senza una meta precisa finché non incontra un’illuminazione.
    Molto carino, descrittivo così come doveva essere in questa storia anche se apprezzo più i dialoghi qua era giusto che ce ne fossero pochi. L’impatto col bambino se stesso mi ha sorpreso anche se non coinvolto come credevo, ma nel complesso una storia ben scritta

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