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Racconto “Non ho rubato, ho solo preso in prestito”

Racconto “Non ho rubato, ho solo preso in prestito”

Nota racconto

copertina storytelling

Il racconto “Non ho rubato, ho solo preso in prestito” è stato scritto per il mese di dicembre per la rubrica Storytelling Chronicles organizzata da Lady C. Ormai sono sempre presente a questa sfida mensile e voglio ringraziare Lara per l’idea che ha avuto. In questo anno, la rubrica mi ha permesso di sfidare me stessa, di scrivere anche quando le idee sembravano non esserci e mi ha aiutato a mantenermi costante il più possibile nella scrittura (una volta al mese almeno).

Per il mese di dicembre, il tema era “qualcosa di rubato”. Ho pensato e ripensato e ad un certo punto mi è venuta l’illuminazione su due personaggi che ho già usato in altre storie: James e Lily. Sono stati loro a dire “ehi, eccoci qua, siamo perfetti per questa consegna, scrivi la nostra storia?”. E quando dei personaggi ti chiamano, non puoi fare altro che rispondere e mettere nero su bianco tutto ciò che decidono di fare.

Trama racconto e info personaggi

Visto che il racconto presenta un momento della storia di questi personaggi, ho deciso di scrivere qualche informazione per rendere il quadro un po’ più chiaro.
Lily è una ragazza molto pratica, un genio incompreso che ha difficoltà a stringere amicizia e lasciarsi andare. Il nome intero è Lilian e per questo James la chiama fiore spesso. Il nome è stato scelto proprio per il suo significato: giglio.

James ha quasi cinque anni in più rispetto a Lily, diventano amici con il tempo e Lily impara molto da James sulle persone e su come sopravvivere a certe situazioni. Ovviamente lui è l’unica persona, oltre alla sua famiglia, con cui riesce ad essere se stessa senza nessun filtro.

Al e Meg sono Allan e Megan, gemelli, hanno l’età di Lilian e sono i cugini di James. Jack Anderson è il padre di Lilian e l’allenatore di una squadra di football, Moira è la madre e John, Thomas e Adam sono i fratelli.

Questo momento avviene il ventisette dicembre. Il giorno prima, il ventisei, James dopo aver affrontato un lungo viaggio, aveva preso parte al pomeriggio in famiglia con Lily. Potete trovare una piccola descrizione del loro incontro qui, se lo volete leggere. Ovviamente non è strettamente necessario, sono solo dettagli in più.

Inoltre lascio i link vari delle puntate precedenti.
Crisi di una notte di inizio estate con Jack che va fuori di testa per il primo appuntamento della figlia.
Crisi in una notte di inizio autunno che accade circa dieci anni dopo il primo appuntamento.
Un sogno di appuntamento dove Lily prova ad uscire con Finn ma il risultato è un disastro.
Un altro appuntamento da sogno dove Lily dà una seconda opportunità a Finn.
Il ballo di Natale dove James fa una sorpresa a Lily.
Questo è un appuntamento vero dove James cerca di mostrare a Lily cosa sia un appuntamento secondo le sue regole.
Una sorpresa per James dove Lily fa una sorpresa al suo amico, ambientato durante il secondo anno di college di Lily.
Lily e James: momenti, breve descrizione di un incontro speciale.

Non ho rubato, ho solo preso in prestito

copertina racconto

Sentì la sveglia e alzò il braccio per spegnerla. Aveva dimenticato quanto fosse fastidioso quel suono. Quando era andato via, si era abituato ad usare il telefono e così si era quasi dimenticato di quella melodia forte che alle superiori ogni mattina gli faceva venir voglia di prendere la sveglia e buttarla fuori dalla finestra. Erano cambiate tante cose da allora, ma non quel desiderio di spaccare quell’aggeggio infernale. Era sicuro che suo cugino l’aveva programmata a suonare così presto, solo per fargli un dispetto. Sbuffò e pensò alla vendetta. Non gliel’avrebbe fatta passare liscia. Sorrise e si rese conto che nonostante tutto era ancora molto legato a loro. 

Prese una maglia dalla valigia e si guardò attorno. La casa dei suoi zii che poteva vedere dalla finestra, quell’appartamento sopra il garage che era stato il suo rifugio per quasi nove anni, sembrava tutto diverso. In un certo senso più piccolo, come se quello spazio non fosse più abbastanza grande per lui.

Era arrivato in quella casa quando aveva poco più di undici anni, dopo la morte di sua madre e da allora era rimasto con gli zii. Gli avevano offerto una casa, l’educazione e l’aiuto necessario e soprattutto gli avevano dato una famiglia. Quando aveva compiuto sedici anni, si era trasferito in quell’appartamento sopra il garage, creando il suo rifugio. Era stato un regalo per lui ed era stato veramente felice. I suoi zii gli avevano dato la libertà necessaria per fare le proprie scelte, per non sentirsi vincolato in nessun modo. 

Sua zia, sorella di suo padre, lo aveva sempre amato come se fosse suo figlio e lui voleva renderla orgogliosa di lui in ogni cosa. Per quello aveva preso un volo all’ultimo minuto, aveva affrontato un ritardo di un paio d’ore e uno scalo, per essere lì con la sua famiglia per gli ultimi giorni dell’anno. Per loro e per Lily.

Visto che ormai era sveglio, decise di andare a fare una corsa come ai vecchi tempi. Gli sarebbe servito come riscaldamento per l’incontro del pomeriggio. Ogni anno il coach Anderson organizzava una partita con i vecchi giocatori del liceo e con alcuni professionisti, il tutto per beneficienza. Si divertivano e raccoglievano soldi che donavano poi alle case famiglia della città per aiutare alcuni dei ragazzi della strada.

Finita la corsa si fece la doccia e iniziò a prepararsi. Indossò una maglia a maniche corte e iniziò a cercare la felpa nell’armadio, visto che gli serviva la divisa. Non viveva più lì, ma quello era rimasto il suo appartamento quindi aveva ancora i vestiti, alcuni libri, le foto delle superiori. Sua zia teneva tutto in ordine e pulito, nella speranza che lui tornasse a casa più spesso.

«Ti sei alzato presto cugino?» Al entrò dentro cercando di soffocare una risata mentre Meg alzava gli occhi al cielo. I gemelli erano molto uniti, da sempre, tuttavia avevano dei caratteri diversi. Al era quello più espansivo e impulsivo mentre Meg lo teneva con i piedi per terra. 

«Se non dovessi giocare dopo, ti placcherei in questo preciso momento.» Chiuse un’anta dell’armadio e aprì un’altra continuando a cercare tra i vari vestiti.

«Ti ricordo che non giochi da qualche anno, sei sicuro tu sappia ancora come si fa un placcaggio serio?» Al scoppiò a ridere e si buttò sopra il letto.

«Tu sarai anche un giocatore professionista, ma non ho ancora perso tutti i muscoli quindi non sfidarmi.» Richiuse l’anta e riprese da capo.

«Cosa stai cercando che sei da mezz’ora davanti all’armadio? Sembri me quando non so cosa mettere per un appuntamento.» Meg lo guardò perplessa mentre si appoggiò alla scrivania.

«Non sei troppo giovane per un appuntamento?» James incrociò le braccia sul petto e fulminò sua cugina per un istante. Era sempre stato protettivo nei suoi confronti e l’aveva sempre trattata come una sorella più piccola.

«Sai che ho vent’anni vero? E Lily può andare a un appuntamento e io no?» Sbuffò e alzò nuovamente gli occhi al cielo. Tra James e Al, non aveva molta libertà con i ragazzi perché loro li facevano scappare a gambe levate.

«A che appuntamento è andata Lily?» James lasciò perdere la ricerca nell’armadio e iniziò a fissare sua cugina in attesa di una risposta.

«Sono affari suoi e io non dirò nulla. Inoltre, mi pare che sia venuta a più di un appuntamento con te e nessuno ha mai fatto storie per questo.» Meg lo sfidò e seguì il suo esempio, incrociando le braccia sul petto.

«Siamo amici e credimi che Jack ha avuto più di una cosetta da dire.» Rimase in quella posizione, con la mascella ancora contratta e i muscoli tesi.

«Coach Anderson ti ha minacciato eh? E nonostante tutto sei ancora qui. Non so se tu sia stupido, davvero coraggioso o innamorato, o forse tutte e tre assieme.  Pensavo ti avrebbe ucciso ieri quando hai abbracciato Lily in quel modo.» Al fischiò e Meg cercò di soffocare una risata.

«Io pensavo ti avrebbe spaccato le falangi perché cavoli, cugino, avevi le mani sul sedere di Lily.» I gemelli scoppiare a ridere entrambi, non riuscivano più a trattenersi.

«Ma che diamine avete voi due oggi? Io e Lily siamo amici, quindi smettetela di immaginare cose a caso. E qualcuno ha visto la mia felpa della squadra? Non era a New York e pensavo fosse qui ma non la trovo.» Riaprì l’armadio e ricominciò a passare in rassegna tutti gli indumenti presenti. 

«Nessuno sa nulla la tua felpa e sappi che è inutile cambiare argomento. Lo hanno capito tutti cugino.» Al si alzò e corse via dalla stanza quando vide lo sguardo furioso di James. Sapeva che poteva scherzare ma fino ad un certo punto, quando si trattava di Lily. Era un argomento un po’ spinoso per James e certe volte Al colpiva dritto il bersaglio, rischiando di farlo arrabbiare. Era come la guerra fredda, si guardavano, dicevano un paio di cose e poi Al si fermava prima che James lo placcasse davvero. Sapeva che anche se non giocava più da diversi anni a livello professionistico, era ancora molto bravo.

«Prendi una qualsiasi, il coach non ti dirà nulla. Per lui è importante che tu sia lì per giocare, non per cosa indossi. E poi a te perdonerebbe qualsiasi cosa.» Meg gli tirò addosso la prima cosa che riuscì a prendere dall’armadio.

«Perché dovrebbe?» Prese al volo la maglia e la indossò aspettando la risposta di sua cugina.

«Perché sei una delle persone più importanti nella vita di sua figlia e lui farebbe patti con il diavolo per lei.» Meg lanciò un’ultima occhiata a James prima di uscire e seguire Al. Sapeva che aveva ragione ma che nessuno di loro poteva dire nulla finché i due interessati si rifiutavano di affrontare quel discorso davvero.

L’ora della partita era arrivata anche troppo in fretta per James. Gli mancava giocare su uno stadio così grande, con il pubblico e i tifosi. Non era mai stato il suo sogno, tuttavia il football lo aveva salvato diverse volte. Aveva imparato a controllare la rabbia, le sue emozioni, a focalizzarsi su un obiettivo e fare di tutto per raggiungerlo. L’infortunio che lo aveva costretto a rinunciare a una carriera da professionista in realtà gli aveva dato la forza per continuare il college e crearsi una strada in un altro campo. A volte giocava ancora, con degli amici, perché in fondo il campo era pur sempre stata la sua casa per diversi anni.

Mollò il borsone per terra vicino alle panchine e si guardò attorno. Era presto, ma lo stadio iniziava a riempirsi. Famiglie, gruppi di amici, classi intere del liceo erano lì, per sostenere la squadra e soprattutto per aiutare in quella iniziativa.

«Ti manca il campo o la fama?» Jack si rivolse a James nello stesso modo in cui lo faceva da anni: diretto e schietto.

«Tutto, in un certo senso. Non era la strada per me al cento per cento, ma amavo giocare. Contare sui compagni, conquistare la loro fiducia, correre e sentire i tifosi saltare e urlare per un touchdown, è un’emozione indescrivibile.» Fece un giro su se stesso e ammirò gli spalti che si stavano riempiendo.

«Tuttavia non ti sei disperato quando ti hanno distrutto il ginocchio.» Jack incrociò le braccia sul petto e rimase a fissare James, con aria di sfida.

«Neanche tu coach ti sei disperato quando ti sei ritirato.»

«Saresti stato un giocatore difficile da battere a livello professionistico, con questo carattere. Lo sei ancora nonostante tutto. E no, non mi sono disperato perché sono diventato allenatore e quindi in un certo senso non ho mai lasciato andare il campo.» Jack si era ritirato da diversi anni, anche se per la sua età era ancora molto in forma, più di qualche giovane giocatore che faceva troppe feste.

«Io ho scelto un altro campo dove combattere, tra progetti, motori, prototipi e velocità. A modo nostro, ci siamo reinventati.»

«Stai diventando saggio, continua così. E la tua divisa della squadra dove è? Fortuna che ho le nuove maglie questo anno. Dovrei farti fare tre giri di campo come minimo per averla dimenticata.»

«In realtà non la trovo, tra i vari viaggi non so dove sia finita. E per questo dovrei farne altri due di giri, lo so coach.»

Jack stava per rispondere quando rimase con la bocca aperta e strinse i pugni lungo il corpo. Non sapeva se tirare fuori la mazza da baseball contro James e farlo pentire di essere tornato a casa o sgridare sua figlia. Quando rimase in silenzio, James si girò per capire cosa avesse attirato la sua attenzione e sorrise.

«Sapevo io che dovevo far sparire il tuo corpo anni fa, non dovevo ascoltare Moira e fare il bravo. Non solo oggi giochi nella mia squadra, ma mia figlia indossa la tua maglia e la tua felpa, con il tuo numero e il tuo nome. Aggiungi altri dieci giri di campo per questo.» Lo fulminò ma non ebbe tempo di dire altro e nemmeno di sentire la risposta di James perché Lily era già accanto a loro. Aveva i capelli legati in una coda alta, indossava i leggings pesanti e la maglia e la felpa di James.

«Ho passato tutta la mattina a cercare la mia divisa e ho rischiato di essere buttato fuori dal campo a calci nel sedere, dal coach. E tutto questo per colpa tua, principessa.»

«Ti avrei restituito tutto in tempo, ma questo anno avete una nuova divisa quindi ho deciso di tenere io parte di quella vecchia. Sono comodi, tengono caldo e così si capisce che faccio il tifo per la nostra squadra.» Lily prese a battere le mani e a saltare come se fosse una bambina eccitata per qualcosa.

«Si capisce che fai il tifo per lui, non per tutti noi. E non potevi prendere una mia maglia? O di John, di Thomas o di Adam?» Jack sbuffò. Era palesemente contrariato dalla scelta di sua figlia.

«La mamma indossa la tua maglia in quanto tua moglie, basta e avanza lei. Adam ha ceduto persino i suoi calzini alle sue compagne e non voglio indagare oltre, Thomas e Adam chissà a chi e dove hanno lasciato le loro divise. E poi avevo questa a portata di mano, era più semplice.» Ovviamente tutti i ragionamenti di Lily erano logici e non facevano mai una piega, quindi era difficile controbattere. Suo padre si era abituato a perdere nelle discussioni con lei, dopo un po’ rimaneva senza risposte. Era sempre stato così.

«A portata di mano?» James incrociò le braccia e la guardò sorridendo. Ricordava di aver portato la divisa con lui e non capiva dove fosse finita, fino in quel momento.

«Diciamo che quando sono venuta a Seattle ho preso in prestito per sbaglio parte della tua divisa.»

«Per sbaglio? Presa in prestito? Principessa, diciamo che hai premeditato tutto visto che oggi sei in campo e la mia divisa la indossi tu.» Era molto divertito da quella situazione, soprattutto perché Jack era accanto a lui che bolliva per la rabbia.

«E va bene, l’ho rubata. Temporaneamente. Teneva caldo.» Lily strinse la felpa addosso e alzò gli occhi al cielo.

«Principessa, se me l’avessi chiesto, te l’avrei data senza problemi. Almeno oggi non sarei diventato scemo a cercarla.» Si avvicinò a lei e mise un braccio attorno alla vita, tirandola vicina a lui.

«Ma non avresti potuto indossarla comunque, ha il mio profumo ormai. È stata in armadio con i miei vestiti, quindi non potevi andare in giro con il mio profumo addosso.»

«Meglio che tu non aggiunga altro Weston o giuro che ti rompo anche il ginocchio buono. Ricordalo prima di dire qualcosa che non dovresti a mia figlia, davanti a me. Intesi?» Jack lo guardò in cagnesco mentre parlava tra i denti.

«Sì coach, intesi.» Gli fece il saluto militare sforzandosi di non scoppiare a ridere.

«Papà, la smetti di minacciare tutti i miei amici?»

Jack alzò le mani in segno di resa e andò via borbottando. Era arrivato al limite e sapeva che non avrebbe potuto dire altro, in fondo sua figlia era adulta ormai.

«Quali altri amici minaccia Jack?»

«Qualunque essere di sesso maschile si avvicini a me, anche solo per chiedermi un’indicazione sulla strada. Con te però ci va giù pesante, non capisco perché.»

«Non credo gli vada bene sapere che sua figlia ha rubato la mia divisa per indossarla alla partita dell’anno, davanti a tutti. È un colpo basso fiore.» La strinse e la baciò sulla testa.

«Decido io cosa indossare, non capisco davvero dove stia il problema. E non sono più una bambina.»

«Questione di orgoglio maschile mi sa. E poi sarai sempre la sua bambina fiore. Una cattiva, che ruba le cose agli altri.» James la guardò sorridendo in modo malizioso. Era molto legato a Lily e alla sua famiglia e sapere che in quel giorno lei avrebbe fatto il tifo per lui, lo rendeva davvero felice.

«Ho preso in prestito metà della tua divisa. Semplicemente si è aggiunta alle altre cose che ho nell’armadio.» Fece la faccia da innocente per un istante e poi iniziò a ridere. Nel corso degli anni aveva tenuto un paio di felpe di James, alcuni suoi dvd e libri, alcuni peluche che le fan gli avevano regalato quando giocava ancora.

«Si chiama rubare, fiore. E credo tu abbia rubato parecchie cose che mi appartengono.» La abbracciò nuovamente, tornando serio e la baciò sulla testa, sussurrando qualcosa che probabilmente non sentì nemmeno lui: «Ti appartengono ormai…»

Disclaimer & copyright

Il contenuto del racconto pubblicato sopra è protetto dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d’autore, legge n. 633/1941, qualsiasi riproduzione anche parziale senza autorizzazione è vietata. Questa breve storia è un’opera di fantasia, personaggi e situazioni sono inventate e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

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7 Comments

  1. Susy

    Mi mancano i pezzi precedenti ma li recupero volentieri, la scrittura è scorrevole e molto simpatica. Mi è piaciuto come sei riuscita ad adattarlo al tema attuale della rubrica riuscendo a inserire un pezzo di vita quotidiana.
    Il padre è simpaticissimo e l’hai reso perfetto nella caratterizzazione del suo personaggio che presenta benissimo l’idea del padre protettivo che vorrebbe avere un figlio maschio pur di evitare dei problemi ma nello stesso tempo ama alla follia sua figlia

  2. Silvia Maria Bragalini

    Ciao Liv! Innanzitutto brava per aver riportato su questi schermi James e Lily, due personaggi che ormai piacciono a molti dei tuoi lettori, me compresa. Il “furto” di Lily è in perfetta linea con il suo carattere: spiritoso, allegro, determinato. Sei stata anche abile nel dosare i cliché del mondo americano (la famiglia protettiva, il baseball, la beneficenza natalizia…), inserendone qualcuno ad hoc ma senza esagerare. Devo dirti, però, che all'”amicizia” tra questi due inizio a non credere più tanto…! Come sempre, complimenti anche per la forma e per lo stile narrativo. Alla prossima 🙂

    1. Liv

      Ciao. Sono contenta che piacciano come personaggi, sono un po’ diversi da quello che scrivo solitamente quindi mi fa piacere che nonostante tutto, siano interessanti.
      Per il momento loro sono amici, diciamo che sono due testardi che non vogliono capire le cose. 🙂
      A presto:)

  3. Stephi

    A ogni nuova storia su questi due io rimango incantata. Mi fa morire Jack, davvero, sputo un polmone ogni volta che parla ahah E poi il legame tra Lily e James è adorabile, sono due cuori anche se non ti decidi a metterli insieme come coppia 😛 Ho apprezzato molto il modo in cui hai sviluppato il tema: secondo me super azzeccato, anche se il furto è un prestito a lungo termine ahah Ed è perfetto anche il contesto che hai creato, l’idea della raccolta fondi con la partita, fa molto USA ma è proprio quello il bello, ti fa calare senza problemi in quel mondo e tu lo descrivi sempre talmente bene che diventa facile immergersi e difficile uscirne! Bravissima! Ti prego, nel 2021 falla diventare una long a tutti gli effetti, sono particolarmente curiosa! <3

    1. Liv

      La long viene richiesta qua sempre più spesso 😀
      Sono contenta che ti sia piaciuto come racconto e che tu abbia apprezzato il tutto. Diciamo che il furto c’è, ha una ragione dietro ma non avevo lo spazio per scrivere tutta la storia (magari in un prossimo capitolo, chi lo sa :D)
      So che fa molto USA, non viene detto specificamente, ma la storia è ambientata lì. (mi sono studiata anche qualche città e le distanze varie per capire come farli spostare). La scelta è casuale, diciamo che è un mondo che non viviamo in prima persona quindi offre più liberta “artistica” se vogliamo.
      Grazie ancora,
      A presto

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