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Racconto “Un biglietto per l’inferno”

Racconto “Un biglietto per l’inferno”

Nota racconto

copertina storytelling

Il racconto “Un biglietto per l’inferno” è stato scritto per la rubrica Storytelling Chronicles per il mese di febbraio, organizzata da La Nicchia Letteraria. Il tema scelto questa volta è stato “Cartoline dall’inferno” inteso come un messaggio da qualcuno del passato che fosse capace di destabilizzare il main character. In questi mesi i temi scelti sono stati vari e ci hanno permesso di scrivere cose che altrimenti probabilmente non avremmo nemmeno pensato e questa volta non è stato da meno. Appena sentito il tema ho iniziato a mettere in moto le rotelle del cervello per tirare fuori una idea. Ovviamente mi sono ridotta quasi all’ultimo perché l’ispirazione si è fatta attendere non poco. Il racconto che ho scritto è un po’ particolare e sperò possa risultare interessante e soprattutto che abbia centrato il tema richiesto.

Attenzione! Avviso!

Il racconto scritto sotto accenna a fatti di violenza, stupro, omicidio e suicidio, per quanto non descriva direttamente nessuno di questi atti. Siete dunque pregati di continuare la lettura solo se tali temi non vi disturbano.

Trama racconto

Albert è un ex soldato che ha guardato in faccia la realtà delle sue azioni troppo tardi. Dopo diversi anni il passato lo raggiunge mettendolo davanti alle conseguenze delle sue missioni, senza dargli una via d’uscita.

Un biglietto per l’inferno

La pioggia incessante colpiva le finestre da diverse ore ormai. Ogni tanto i fulmini illuminavano tutto come di giorno e creavano ombre sinistre sui muri della stanza. I tuoni forti facevano tremare quei vetri sottili che non isolavano dall’esterno quanto avrebbero dovuto. Nei momenti più silenziosi si sentiva il crepitio del fuoco nel caminetto e le fiamme assieme alle candele, erano le uniche fonti di luce in quella stanza. Seduto sulla poltrona, Albert era immobile da troppo tempo. In testa aveva idee confuse e solo una stava prendendo il sopravvento, rendendo tutto ancora più difficile. I documenti che aveva davanti a sé erano scivolati piano ed erano ormai sparsi per terra. Li aveva letti e riletti tanto che probabilmente li aveva già imparati a memoria. I dettagli che spiccavano di più sicuramente non sarebbe riuscito a cancellarli dalla memoria, neanche se si fosse impegnato per anni.

Si passò una mano tra i capelli un paio di volte e sospirò. Erano passati decenni da quella notte famosa e i documenti che aveva ai suoi piedi cambiavano completamente ciò che lui aveva creduto per tutto il tempo. Si era illuso di essere stato diverso, di aver avuto la sua opinione, di aver pensato con la sua testa, di aver agito per un bene superiore. Non era così arrogante da immaginarsi come un eroe, ma aveva creduto di essere riuscito a fare le sue buone azioni.

Chiuse gli occhi e ricordò alcuni di quei momenti del passato. Erano un po’ confusi, spesso si chiedeva se fossero tutti veri o parzialmente modificati dalla sua mente. Aveva sentito spesso parlare dei falsi ricordi, di immagini a volte verosimili altre volte inventate che la mente creava per salvaguardarsi. Qualcuno poteva interrogarsi sugli eventi dai quali avrebbe dovuto difendersi uno come lui.  A volte però il tutto accadeva in maniera del tutto inconscia, tanto che per anni non aveva saputo distinguere le sue colpe dalle mere giustificazioni.

In quel momento molti avrebbero detto che aveva vissuto un trauma ma lui non era sicuro fosse stato così. In realtà era sempre più certo che quel trauma lo avesse inflitto lui ad altri, alle persone innocenti che lui aveva portato alla morte. Era stato un soldato, giovane e desideroso di fare la sua parte. Voleva svolgere attivamente un compito in quel grande disegno, finendo in realtà per fare la pedina su una scacchiera dove lui non aveva nessun potere. Si era illuso per anni che le scelte fossero state sue davvero, aveva ingannato se stesso dicendo di conoscere la verità, di aver visto la realtà e di averla compresa per davvero. In quel momento, anni dopo, non poteva fare altro che accettare di essere un mostro.

Aveva rispettato gli ordini dei suoi superiori, li aveva eseguiti a volte senza nemmeno fiatare, aveva svolto compiti e missioni senza chiedersi il perché. Erano ordini dall’alto, qualcuno aveva pensato bene quella mossa e lui non poteva che essere onorato di poterla portare a termine. Ed era stato davvero ingenuo in quello perché non era mai stato un vero onore, ma un atto di sottomissione davanti a chi era più forte, più furbo e più crudele. Aveva capito quel meccanismo troppo tardi. Una sola azione buona, fallita tra l’altro, non poteva di certo espiare tutti i suoi peccati.

Per anni aveva ripetuto la stessa frase: ho rispettato gli ordini. Diceva di non essere a conoscenza di tutti i dettagli, di non aver visto, di non aver sentito, ma la realtà era che non aveva voluto vedere. Aveva avuto così tanta paura della realtà, che non aveva guardato bene per cogliere tutte le sfumature.

In quel momento del presente però, i fatti parlavano chiaro. Era un assassino della peggior specie.

Albert era entrato a far parte dell’esercito quando aveva poco più di diciott’anni. Era giovane, forte, con la voglia di annientare il nemico. Quando tutti indicavano verso un’unica direzione dicendo che bisognava combattere quel male, non aveva potuto fare altro che credere fosse la verità. Aveva messo a tacere i suoi dubbi, aveva lasciato perdere le sue opinioni perché se gli altri attorno a lui dicevano la stessa cosa, allora non poteva essere altrimenti. Non poteva tradire la sua patria perché aveva dei dubbi sugli eventi che di certo non poteva comprendere pienamente. Così, aveva indossato l’uniforme, aveva preso le armi e aveva iniziato la sua carriera.

Un trasporto di armi e munizioni, di rifornimento, un turno di guardia, si faceva di tutto per portare il proprio contributo. Gli avevano detto che era una parte importante nel disegno generale, anche se non combatteva attivamente sul campo. La guerra era una macchina e tutti i pezzi avevano il loro posto e il loro compito. E Albert ci aveva creduto davvero.

I compiti diventarono più importanti, passando a missioni segrete, a trasporti di nemici e ribelli, e senza fare una domanda lui aveva portato tutto a compimento nel miglior modo possibile. Se quelle persone avevano cospirato contro la nazione, se avevano rubato soldi e documenti importanti per il suo popolo, se avevano cercato di distruggere la pace, allora meritavano di essere fatti prigionieri. E camion dopo camion, vagone dopo vagone, Albert aveva scovato i nemici, li aveva arrestati e così aveva fatto giustizia. Nella sua ingenua mente di ventenne, aveva pensato che quelle persone venissero incarcerate e poi condannate dopo un’attenta valutazione delle prove e delle circostanze. Aveva creduto per un po’ che tutti godessero di un processo equo.

Era stato sciocco e una sera si rese conto che in fondo a nessuno importava davvero delle prove o delle circostanze, che nessuno faceva un processo ma condannava e basta. Doveva prendere dei documenti per la sua prossima destinazione ed era arrivato in anticipo. Era stato addestrato a non fare ritardi perché un solo minuto perso poteva far fallire la missione generale. Così era entrato in quella casa dove c’era il comando pronto per attendere le istruzioni. Si complimentò persino con se stesso per essere arrivato prima.

Sentì delle urla e da bravo soldato, tirò fuori l’arma pronto a difendere i suoi compagni e il suo tenente. Vide una porta spalancarsi e una ragazza correre via urlando e implorando aiuto. Albert si sentì vacillare un attimo, era pronto a vedere dei nemici armati e non una ragazza indifesa, visibilmente ferita che gli correva incontro. Dietro di lei, il suo tenente stava camminando velocemente mentre si chiudeva i bottoni dei pantaloni e con un rapido movimento, alzò la pistola e sparò. La ragazza cadde a terra, proprio davanti agli scarponi impolverati e rovinati di Albert. Lui impiegò diversi secondi a capire la dinamica di ciò che era appena accaduto davanti ai suoi occhi.

«Quella sporca indegna donna ha pensato di poter scappare. Doveva essere grata che un uomo nella mia posizione le avesse rivolto l’attenzione anche solo per qualche istante.» E come se niente fosse, il tenente andò alla scrivania, prese il pacco con i documenti, diede le istruzioni e congedò Albert ordinandogli di portare via anche il corpo ormai esanime dalla donna.

Uscì senza proferire parola, cercando ancora di dare un senso a tutto. Mentre portava fuori il corpo si rese conto che quella ragazza era più giovane di lui sicuramente, probabilmente aveva l’età della sorella più piccola che aveva lasciato a casa. Non riusciva a credere che fosse una spia o una nemica, era solo una ragazzina che doveva ancora scoprire il mondo. Vedendo le ferite sul suo corpo, non impiegò molto a capire cosa fosse successo prima che lui fosse arrivato al comando. E in un attimo la realtà lo investì come un treno in corsa.

Aveva sempre rispettato gli ordini, ma quella sera qualcosa cambiò dentro di lui. Decise di seppellire quella ragazza dentro il bosco, disse persino una preghiera. Non ricordava l’ultima volta che lo aveva fatto, erano passati anni. Rimase in silenzio per molto tempo e poi prese la sua decisione. Non voleva più essere solo una pedina, così aprì il pacco e si studiò tutti i documenti. I presunti nemici che lui portava per un processo, in realtà erano persone comuni che venivano giustiziate prima ancora che potessero solo dire una parola per difendersi. La sua idea di giustizia e di pace svanirono, in quella guerra non c’era posto per l’umanità e la correttezza verso nessuno.

Iniziò piano piano a rovinare le missioni, a volte un ritardo causato da un guasto, a volte il maltempo, a volte un intoppo nelle comunicazioni. Cercò di dare un po’ di vantaggio a quelle persone, fece finta di non vedere quando qualcuno scappava nei campi o si nascondeva, a modo suo cercò di cambiare la sorte di qualcuno.

Si era illuso che, con quelle piccole mosse, lui fosse migliore degli altri. Quelle poche azioni buone però non potevano di certo cambiare il male che stava facendo. Continuò così fino a quando scappò a sua volta perché l’istinto alla sopravvivenza ebbe la meglio sul desiderio di aiutare qualche innocente. Era stato un codardo, ma non era riuscito a fare un’altra scelta. Portò quell’ultimo camion pieno di persone il più lontano possibile dalle truppe e liberò tutti.

Corse via con le armi e i documenti di cui era in possesso e non si guardò più indietro. Non lo aveva fatto fino a quel momento quando era stato costretto a ricordare e affrontare la realtà. Erano passati quarant’anni, si era costruito una nuova vita e non pensava potesse più essere raggiunto dal passato. Aveva un nome diverso, una nuova identità e si era sempre detto che lo aveva fatto per difendere lui e i suoi cari. In realtà aveva agito in quel modo perché si vergognava delle sue azioni e della persona che una volta era stato.

Riguardò i fogli sparsi davanti a lui. Dopo quarant’anni, qualcuno lo aveva trovato e sarebbe stato solo questione di tempo prima che bussa alla sua porta. Si era preparato a quel momento, per quanto gli fosse stato possibile. Aveva mandato via la sua famiglia per proteggerli e soprattutto per non dire loro tutta la verità, non voleva che si vergognassero per le azioni che lui aveva fatto. In passato era stato un soldato codardo che non aveva avuto abbastanza coraggio per guardare in faccia la realtà, ma in quel momento decise di non nascondersi perché per la prima volta aveva scelto di pagare per le sue azioni.

Quelle ultime persone che lui diceva di aver liberato, in realtà erano state tutte giustiziate. I documenti nelle sue mani con la lista dei nomi che lui ricordava molto bene nonostante il tempo passato, lo affermavano senza ombra di dubbio. Lui era scappato senza guardarsi indietro, aveva cambiato nome, aspetto e vita. Aveva aspettato la fine della guerra, aveva creato una famiglia e vissuto tranquillo. Come solo un codardo poteva fare. Quelle persone invece erano state trovate dai suoi compagni e uccise, giustiziate come i peggiori criminali. E solo per quello fatto, lui meritava la stessa punizione. Inconsciamente aveva rubato la vita a chissà quante centinaia di persone e l’invito a consegnarsi alle autorità era solo un’esortazione a compiere il giusto passo. Lo avrebbero trovato anche in capo al mondo, ne era sicuro.

Lui avrebbe avuto un processo equo una volta che sarebbero arrivati e si rese conto che non lo meritava davvero. Gli atti che aveva ricevuto riportavano tutti i fatti, le missioni che aveva compiuto, le persone che aveva arrestato e interrogato, tutte quelle che erano morte perché lui le aveva incarcerate.

Sentì il rumore delle macchine che si avvicinavano e ancora una volta decise di fare il codardo. Era stato stupido e si era lasciato comandare, con la presunzione di portare la pace e rispettare la legge, era diventato una pedina che aveva contribuito alla morte di migliaia di persone innocenti. L’imbarazzo e il disprezzo per se stesso erano troppo grandi, finalmente lo ammetteva con se stesso. Non poteva nemmeno immaginare di sedere in un’aula di tribunale e raccontare tutto ciò che aveva fatto e vissuto, davanti alla sua famiglia. Non era vero pentimento quanto vergogna la sua.

Afferrò i documenti e li buttò sul fuoco, prese l’arma e la strinse bene nella mano. Mentre la carta diventava cenere e i nomi scomparivano, lui fece la sua scelta e premette il grilletto. Scappò di nuovo, conscio che l’inferno gli avrebbe riservato un posto.

Disclaimer & copyright

Il contenuto del racconto pubblicato sopra è protetto dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d’autore, legge n. 633/1941, qualsiasi riproduzione anche parziale senza autorizzazione è vietata. Questa breve storia è un’opera di fantasia, personaggi e situazioni sono inventate e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

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8 Comments

  1. Ciao Liv!
    Accidenti, che storia! Il tema si mescola bene con il tuo stile e rendi tutto un racconto crudo, diretto e graffiante. Il tuo è un anti eroe ed è bello vedere come il suo è un costante arco involutivo e con una scelta finale da vero codardo.
    Brava, anche perché non è così facile costruire una storia così!
    Complimenti!
    Alla prossima, Federica

  2. Ciao Liv!
    Accidenti, che storia! Il tema si mescola bene con il tuo stile e rendi tutto un racconto crudo, diretto e graffiante. Il tuo è un anti eroe ed è bello vedere come il suo è un costante arco involutivo e con una scelta finale da vero codardo.
    Brava, anche perché non è così facile costruire una storia così!
    Complimenti!
    Alla prossima, Federic

  3. Stephi

    Ciao Liv. Questo racconto è stato sinceramente difficile da leggere. Difficile perché di riga in riga, più emergeva il passato del protagonista, più diventava dura la realtà, fino al momento finale, in cui la storia si compie e il lettore è completamente destabilizzato. La cosa che ho più apprezzato di tutto lo scritto è senza dubbio la tua lucidità nel raccontare una storia tanto cruda; mi lascia poi sempre senza parole, ma con il cuore pieno di ammirazione, la tua capacità di descrivere le diverse scene che si sviluppano nella storia. Mi sembrava di vederlo davanti a me, Albert, in ogni attimo: dagli anni nell’esercito alla casa della giovane ragazza, al presente con la pistola in mano. Non l’hai descritto fisicamente, eppure riesco a figurarmelo, e a sentire quasi lo scoppio del colpo che pone fine alla sua vita e alla sua sofferenza… Ho ancora i brividi addosso. Ti ringrazio per questo racconto. Complimenti!

  4. Martina

    Stavolta ti sei davvero superata Liv. Mi sono immersa in questo racconto talmente tanto che mi ha fatto impressione, ma allo stesso tempo hai toccato dei punti delicati in maniera consona, ti faccio i complimenti!

  5. Silvia Maria Bragalini

    Ciao Liv! Tu ci hai preavvisato, ma comunque non è stato facile leggere questo racconto. Purtroppo tanti soldati, così come militanti di gruppi estremisti, sentono solo in età matura tutto il peso dei gesti orrendi che hanno commesso. Queste persone, che sono vittime di quella che è a tutti gli effetti una manipolazione mentale, diventano a loro volta carnefici, operando come braccio armato di qualche folle e facendo del male a degli innocenti. Il tuo racconto ha l’aspetto di una lunga discesa all’Inferno: ogni riga è peggio della precedente. Purtroppo ad Albert manca il coraggio di guardare in faccia il suo passato: questa è una delle tante forme di “senso di colpa dei sopravvissuti”, unita ad effettivo pentimento per i suoi crimini, e tu l’hai descritta molto bene, rendendola davvero verosimile. Apprezzo sempre il tuo stile, ma oggi ho particolarmente apprezzato le immagini evocate (per quanto terribili) e le tue scelte lessicali. Brava, anche per il fegato dimostrato nello scrivere di certe cose: so per esperienza che mettere sulla carta guerre e sofferenze può essere una dura prova per un’autrice… alla prossima 🙂

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