Storytelling Chronicles Racconto “Di indimenticabili prime volte”

Nota racconto Storytelling Chronicles

copertina storytelling

Ciao lettori di AlteregoUniversus! Qui Stephi che parla. Questo mese mi trovo in estremo ritardo nella pubblicazione del racconto per Storytelling Chronicles, e vi chiedo scusa. Ottobre è stato davvero stranissimo, pieno di impegni che mi hanno tolto il respiro, ma alla fine – seppur con un giorno di ritardo – una storia sono riuscita a scriverla, e di questo sono estremamente orgogliosa.

Tema su cui dovevamo confrontarci, un mio punto debole: l’ambientazione della storia. Lady C ha infatti deciso di farci scrivere qualcosa che fosse ambientato in un luogo spettrale. So che il mio racconto forse non risponde a pieno a questo input, spero possa comunque piacervi. Ritroverete qui due dei miei personaggi preferiti: Ire e Ale, tornati da Capodimonte a Roma, alle prese con la loro quotidianità. Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti! Stephi

Di indimenticabili prime volte

racconto di indimenticabili prime volte

«Te lo giuro, è vero! Mi devi credere.»

«Ti prego, mi stai palesemente prendendo in giro!»

«Ma perché mai dovrei prenderti in giro su una cosa così?»

«Perché sai quanto sono fifona…»

«Allora vieni con me stanotte e ti dimostrerò che non è solo una leggenda.»

«Tu sei completamente pazzo.»

«Forse. Ma davvero, non sei curiosa di scoprire se ho ragione?»

«Sinceramente? L’idea di trascorrere una serata intera con te mi terrorizza più di tutti i fantasmi che potremo mai incontrare.»

«Stronza!»

«Solo con chi merita.»

«Alle 23.59, di fronte al cimitero.»

«Alle 23.59, di fronte al cimitero.»

«Bene.»

«Grandioso.»

«Fantastico!»

«Un appuntamento a cui muoio dalla voglia di venire.»

«Basta che non mi muori di paura.»

«I fantasmi non esistono, Ale.»

«Ecco, su questo avrei qualcosa da ridire, visto l’aspetto che avevi quando ci siamo incontrati la prima volta, Ire.»

«E poi la stronza sono io.»

«L’unica stronza da cui voglio farmi trafiggere il cuore.»

«Ruffiano.»

«Solo con chi merita.»

«Irritante.»

«A dopo Ire.»

«A dopo Ale.»

Alle 21.37 sto già saltellando, intrepido, per casa. Mi succede spesso, ultimamente, quando di mezzo c’è Irene: più la conosco, più ogni parte di me ne rimane incantata e, come fosse una droga, ne vuole di più. Forse è così che si sente chi s’innamora. Forse anche senza forse.

Provo a intrattenermi in ogni modo per far scorrere più velocemente il tempo che manca all’incontro: leggo qualche articolo online, faccio zapping compulsivo alla tv, accendo la radio e ascolto spezzoni di canzoni. Niente riesce a frenare la voglia che ho di vederla.

22.12
Ire: “Ma se prima di andare ci vedessimo al nostro bar? Ho bisogno d’alcol per affrontare un’avventura insieme a te… :P”
Ale: “Buona questa. Venti minuti e sono sotto casa tua!”
Ire: “Meglio se ci vediamo direttamente lì. A tra poco!”

Da quando siamo rientrati a Roma, Ire si è fatta più sfuggente. Vietato parlare di casa, guai a menzionare la sua vita, off-limits tutto ciò che non mi riguarda direttamente. È lei a scegliere cosa raccontarmi, lei a decidere dove vederci, ancora lei a definire i limiti invalicabili al di là dei quali io non posso esistere. A volte, lo ammetto, è frustrante sapere che può accettare la mia presenza nella sua vita solo lasciandomi fuori da quello che è il suo vero mondo; eppure, mi si strugge il cuore sapendola tanto impaurita da non poter condividere con me neanche un briciolo della sua realtà.

Per questo non me la prendo quando leggo la sua risposta, pur sentendo una breve ma intensa fitta di tristezza al cuore all’ennesimo rifiuto di farmi un po’ più spazio nel suo universo quotidiano. Scuotendo la testa, afferro il cappotto e scendo correndo verso l’auto. Vuole comunque vedermi, vuole comunque stare con me. Questo pensiero mi imprime un sorriso indelebile sul volto. E in meno di dieci minuti sono fuori dal pub, ad aspettarla con una rosa in mano, recuperata al volo da un’ambulante di passaggio lì vicino.

«Ale, cos’è… oh.»

«Per te!»

Scoppia a ridere, le guance arrossate. Afferra il fiore e ne accarezza con cura ogni petalo. Nei suoi occhi mi sembra di scorgere delle lacrime.

«Confermo, tu sei completamente pazzo.»

«Così ferisci il mio debole cuore…» le dico, fingendo di stramazzare al suolo.

«Smettila!» risponde, ridacchiando. «Entriamo? Si gela qui fuori.»

«Ai tuoi ordini, mademoiselle.»

Scuote la testa, portandosi una mano sugli occhi. «Prevedo una nottata davvero gloriosa!»

«Oh, credimi, non hai idea di cosa ti aspetta!» ammicco.

Una volta dentro, ci sediamo al nostro tavolo e ordiniamo il solito. Mentre mi racconta della prima volta in cui ha messo piede qui dentro non posso evitare di perdermi tra le linee delicate del suo viso. Pur conoscendole a memoria, ogni volta che ci poso gli occhi mi sembrano sempre diverse. Mi sembra sempre diversa lei. Questa sera, ad esempio, il suo sguardo è particolarmente affaticato, anche se ha cercato di nascondere la sua fragilità dietro a una buona dose di fondotinta. Ha gli occhi stanchi Ire, un po’ arrossati. Forse ha pianto prima di venire qui. Sul labbro, ricoperto da un’appariscente rossetto rosso, ha invece un piccolo taglio: non c’era, stamattina, quando ci siamo salutati prima di darci appuntamento per questa insolita serata.

«Mi stai ascoltando?» chiede all’improvviso, il disappunto dipinto sul suo volto.

«Che ti è successo al labbro?»

«Non è di questo che stavamo parlando.»

«A me puoi dire la verità.»

«Non c’è niente da dire, Ale. Niente.»

«Perché fai così? Perché ogni volta che cerco di starti vicino mi allontani come fossi un nemico?»

«Ne abbiamo già parlato. Ne devi restare fuori.»

«Io non voglio restarne fuori, Ire.»

«Non è una scelta che spetta a te, Ale.»

Afferro la bottiglia di birra di fronte a me e ne scolo il contenuto d’un fiato, mentre lei sorseggia piano il suo brandy.

«Smettila di fare la parte di quello a cui importa. Te l’ho già detto, se avrò bisogno di chiederti aiuto lo farò. Se non lo sto facendo significa che ho la situazione sotto controllo. Ti prego, non rendermi la vita più complicata di quello che è. Non anche tu.»

Stringo forte la mano attorno al vetro, finché le nocche non si sbiancano, prima di risponderle. «Non è una parte, cazzo! A me importa davvero di te. Pensavo che l’avessi capito.»

«L’unica cosa che ho capito è che non t’importa rispettare gli spazi che ti ho chiesto di lasciarmi. Continui a scrutarmi da capo a piedi ogni volta che ci vediamo, a cercare sul mio viso le prove di non sai nemmeno tu cosa, non ti fidi di me quando ti dico che va tutto bene…»

«Come posso fidarmi se ti trovo sempre più a pezzi e continui a ripetermi che è tutto ok?»

«Devi farlo e basta. La fiducia funziona così. So quello che sto facendo.»

«Puoi raccontarti la storia che vuoi, ma se non volevi che qualcuno ti tendesse una mano e ti portasse in salvo, potevi startene sulle tue quella sera e lasciarmi affogare nell’alcol e nella disperazione.»

«Cristo, Ale. Quanto sei melodrammatico.»

«Cristo, Ire. Quanto sei stronza.»

Esco dal pub sbattendomi la porta alle spalle, con un’irrefrenabile voglia di prendere a pugni qualcosa. Non un albero, stavolta! mi dico, ricordando con dolore il precedente. Nervoso come non mi sentivo da mesi prendo a camminare verso l’auto. Quando ci salgo su, guardo distrattamente l’orologio: sono le 23.34. Metto in moto e ingrano la marcia: il cimitero dista solo qualche minuto, e non c’è posto migliore dove nascondersi, quando vuoi che nessuno ti trovi.

«Ale…»

Quando sento la voce familiare di Ire sussurrare il mio nome, pur non volendo, sorrido. Una parte di me sapeva avrebbe trovato il modo di raggiungermi: lei non è una che si tira indietro, non dopo aver dato la sua parola.

«Qui» rispondo, muovendo il braccio per farmi notare. Sono seduto cavalcioni sul piccolo muro che circonda il cimitero, il cui ingresso abituale è stato chiuso ore fa dai custodi. La Luna piena illumina, con il suo bagliore argentato, le lapidi. In lontananza, un gufo bubola squarciando il silenzio della notte, mentre il vento scuote fischiando i cipressi che circondano la struttura.

«Dammi una mano, non riesco a salire!»

Tendo un braccio a Ire e la aiuto a mettersi seduta di fianco a me, preoccupandomi però di non guardarla oltre il tempo necessario a farla arrivare qui sopra sana e salva e mantenendo tra noi una certa distanza.

«Cos’è che dovremmo vedere?» mi chiede, curiosa.

La scruto con fare interrogativo, prima di capire a cosa si riferisce e puntare nuovamente gli occhi alle tombe di fronte a noi. «Luminescenze. Piccole sfere di luce che tra circa – sollevo il polso e guardo con attenzione l’orologio – quattro minuti si leveranno dalle tombe dei defunti e ascenderanno verso il cielo.»

«Sfere luminose…»

«Le loro anime» dico, indicando le lapidi.

«Se ci credi…»

«Sotto sotto ci credi anche tu, altrimenti non saresti venuta qui.»

«Sono venuta per chiederti scusa.»

«Le cose inutili e incapaci di aggiustare quanto detto nelle precedenti ore lasciamole per dopo, adesso zitta e occhi ben aperti. Alle anime non piace essere viste, quindi… non farti scoprire!»

Ire sbuffa e incrocia le braccia. Rivolge l’attenzione verso le tombe, poi decide di sedersi a sua volta a cavalcioni sul muretto, dandomi però le spalle. Forse un po’ esagerato, penso, pentendomi di quanto appena detto. Anche se però se lo meritava mi giustifico, stringendomi un po’ di più nel cappotto: fa davvero freddo, qui al buio.

In silenzio, aspettiamo la mezzanotte. Una leggera nebbia sale dai campi attorno alla necropoli, avvolgendo tutto in un’atmosfera ovattata che attutisce qualsiasi suono. Dentro la città silente, la flebile fiamma dei lumini presenti sui vari monumenti funebri crea affascinanti giochi di luci e ombre. Quando le campane della cappella del cimitero iniziano a scandire, uno dopo l’altro, i dodici rintocchi che segnano lo scoccare del nuovo giorno, ecco che la magia ha inizio.

«L’hai visto?» chiedo, sforzandomi di mantenere un tono più neutro possibile. Sono ancora arrabbiato con Ire, ma la sua tacita presenza in qualche modo è riuscita a rasserenarmi, nonostante la crudeltà delle parole pronunciate al pub che ancora risuonano, cupe, nella mia mente.

«Sei serio?»

«Quarta fila, terza lapide! Un attimo fa.»

«Io non ho visto niente…»

«Sicura di stare guardando?»

«Certo che sto guardando.»

La osservo per un istante, di sfuggita: è vero che i suoi occhi sono rivolti al camposanto di fronte a noi, ma la sua attenzione è completamente assorbita dal freddo che sente addosso. Trema vistosamente, le braccia strette attorno al tronco per strofinarsi la schiena e tenersi al caldo. Mi avvicino piano a lei e, messo da parte tutto il nervosismo, la stringo forte tra le mie braccia: dopo qualche attimo di resistenza, si lascia andare, appoggiandosi al mio petto.

«Scusa.»

«Fila nove, la quarta da sinistra!» indico, per poi stringerla ancor più forte.

«Io non…»

«È perché non vuoi vedere. In fondo, sulla destra, la seconda!»

Ire si sporge verso il punto segnalato dal mio indice, senza però allontanarsi troppo dal mio corpo caldo.

«Quella?»

«La vedi?»

«Io… non ne sono sicura. Mi sembra più una lucciola che un’anima.»

«Miscredente.»

«… ho ragione?»

«Certo che no.»

«Ale, quella è palesemente una lucciola.»

«Ire, quella è palesemente l’anima della mia trisnonna Filomena.»

«Oh Gesù…»

«Quinta fila, al centro!»

«Una visita dall’oculista, ecco cosa ti prenoto, domani.»

«Sulla sinistra, nei loculi!»

«Non appena aprono il CUP.»

«Lì, proprio al centro del cimitero!»

«Priorità massima.»

Continuo ad indicare a Ire tutti i punti in cui le lucciole brillano sulle lapidi, mentre la tengo stretta stretta tra le mie braccia. Il contatto con il suo corpo mi provoca dolcissimi brividi di piacere; dentro il mio stomaco sento sbattere vorticosamente le ali di mille farfalle. Il suo profumo mi inebria i polmoni: sa di gelsomino e di cioccolata, di prime volte, di tutte le cose belle della vita. Appoggio delicatamente il mento sulla sua spalla, segnalandole altre luci, altre anime, altre emozioni da scoprire e da cui lasciarsi incantare anche in quel luogo tanto tetro. Ire trattiene il respiro man mano che mi faccio più vicino.

«Ale…» mormora.

«Shhh.»

Le bacio delicatamente il collo, poi la guancia, una, due, tre volte.

«Ale…»

«Shhh.»

Le accarezzo il viso mentre, silenziosa, qualche lacrima ne solca la superficie. Porta la sua mano sulla mia e la stringe forte, prima di scoppiare a piangere.

«Va tutto bene. Sono qui» la rassicuro, iniziando a dondolarla dolcemente per tranquillizzarla.

«Ti devo delle scuse.»

«Ti ho già perdonata.»

«Fammi parlare, ti prego. Ti devo delle scuse e delle spiegazioni.»

«Sei sicura sia quello che vuoi?»

«Sì. Ti ricordi quando siamo tornati dal lago? Quanto hai cercato di convincermi a parlare, a dirti perché ero finita in quel pub la sera che ci siamo incontrati, cosa mi aspettava in città una volta rientrati… Riuscii ad evitare di risponderti, allora, ma penso tu adesso possa sentire la verità. Ti ricordi come andò quella sera?»

«Ti riportai a casa, in quella catapecchia fatiscente in periferia, ma non volesti farmi salire. Ricordo perfettamente di aver pensato, appena scendesti dall’auto, che di fronte a me c’era di nuovo la ragazza fantasma del bar, ma che, nonostante quello sguardo tanto distrutto, fossi comunque la più bella del mondo.»

Arrossisce. «So di aver messo dei paletti, di aver tracciato limiti invalicabili oltre ai quali ti ho sempre vietato di andare. L’ho fatto per un motivo ben preciso: tenerti al sicuro dalla mia realtà. Una realtà dove nessuno dovrebbe vivere, di cui le persone come te non dovrebbero neanche mai sentir parlare. La casa dove mi hai portato, di ritorno da quel viaggio, è la mia prigione. Vivo dietro le sbarre di una vita che mi ha strappato mia madre quand’ero ancora una bambina e mi ha lasciata a occuparmi di un padre troppo dipendente dall’eroina per accorgersi dei bisogni di sua figlia, e di una nonna che amo con tutta me stessa ma che quando mi vede non sa più chi sono. Con te a Capodimonte ho respirato una libertà che mi mancava da non ricordo nemmeno più quanto, e te ne sarò per sempre grata. Ma non posso chiederti di prenderti cura di tutto questo. Del casino che sono, che ho dentro, che vivo ogni giorno. Penso dovremmo tornare alle vite di prima. Tu per la tua strada, io lungo la mia.»

È un silenzio spettrale quello che avvolge le parole di Irene, scandito soltanto dai battiti dei nostri cuori che, nell’oscurità della notte, risuonano come rulli di tamburi durante la proclamazione di una sentenza di morte. L’atmosfera, resa ancor più tetra dal luogo in cui siamo, delinea i contorni di quello che a tutti gli effetti potrebbe essere un film dell’orrore. Così, in un attimo di apparente incoscienza durante il quale mi sento in realtà sicuro di me come mai prima, prendo il coraggio a piene mani e sussurro a Ire ciò che avrei dovuto dirle nell’attimo stesso in cui, settimane prima, era scesa dalla mia auto per entrare nella sua prigione.

«Vieni a casa con me.»

«Ale, no.»

«Vieni a casa con me, il modo di far funzionare le cose lo troviamo.»

«Non c’è, un modo di far funzionare le cose. Non esiste! Credi che non ci abbia già provato? Che non abbia tentato in tutti i modi di trovarlo? Per questo ti ho tenuto lontano, per questo non volevo sapessi più del necessario di me. Speravo bastasse a farti perdere l’interesse. Non ci potrà mai essere qualcosa tra noi Ale, non finché non uscirò da questo incubo. E non ci pensare nemmeno, la risposta sarà sempre no, non ti permetto di entrarci. Non importa quanto proverai ad insistere.»

«Parli così perché sei spaventata, e ti capisco Ire. Dio… mi dispiace così tanto non averlo capito subito. Ma ora che so la verità puoi toglierti dalla testa l’idea che ti lasci ad affrontarla da sola.»

«Devi farlo. Non te lo sto chiedendo, te lo sto ordinando. Devi lasciarmi stare Ale. Dimenticarmi.»

«Mai.»

«Allora ti costringerò a farlo.»

«Non c’è niente che tu possa fare per farti amare di meno, da me.»

«So essere cattiva, Ale. Ho dovuto impararlo. So spezzare un cuore, al bisogno. So distruggere chi amo per proteggerlo da quella che crede sia la cosa giusta da fare. Ne sono capace. Non mettermi alla prova.»

«Nessuna prova, Ire. Tu questa cosa, questa vita, non la affronti più senza di me. Io non ho intenzione di andarmene. Qualsiasi cosa tu possa dire o fare. So essere altrettanto pungente, so fare altrettanto male. Non mi spaventano le tue minacce. Non ho paura di affrontare i mostri.»

«Questi mostri finiranno per ucciderci. Per toglierci tutto quello che di bello potremo mai avere.»

«Finché sto con te non ho paura di niente.»

«Ale…»

«Ire. Puoi dire quello che vuoi, non ti lascio.»

«Ti farai male.»

«So che non si vede, ma c’è una bella corazza qui, a difendermi.»

«Dico davvero Ale. Non hai idea di come sia vivere nella mia vita.»

«Mi insegnerai, e ne usciremo insieme.»

«Sono terrorizzata al solo pensiero di quello che mio padre potrebbe farti.»

«Non potrà farmi niente, Ire. Niente che non abbia già visto o provato sulla mia stessa pelle. Non sei solo tu quella con gli scheletri nell’armadio.»

Lentamente, Irene si volta e punta i suoi occhi color topazio dritti nei miei. Le sposto dal volto una ciocca di capelli, infilandogliela dietro l’orecchio, e le accarezzo il viso, sollevandole il mento, avvicinandola a me. Quando le nostre labbra si incontrano, una scossa attraversa il mio corpo, lasciandomi senza fiato. Mi aggrappo a Irene con tutto me stesso, cercando nel suo respiro l’ossigeno di cui ho bisogno per vivere, mentre lei fa lo stesso con me. Le accarezzo i capelli, continuando a baciarla, e avvicinando sempre di più il mio corpo contro il suo. Le bacio la fronte, le guance, gli occhi, il collo, e poi mi perdo tra le sue labbra, prima piano, poi con sempre maggior desiderio. Il nostro primo bacio sa di dolcezza e del sale delle lacrime che bagnano il volto di Ire mentre i nostri corpi si cercano in questa fredda notte di novembre.

«Andiamo a casa» sussurro tra un bacio e l’altro, senza riuscire del tutto ad allontanarmi dalla sua pelle candida, illuminata dal bagliore della Luna.

«Casa» dice, cingendomi il collo con le esili braccia e regalandomi un nuovo brivido lungo la schiena: queste quattro lettere, nella sua bocca, hanno tutto un altro sapore.

Disclaimer & copyright

Il contenuto del racconto pubblicato sopra è protetto dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d’autore, legge n. 633/1941, qualsiasi riproduzione anche parziale senza autorizzazione è vietata. Questa breve storia è un’opera di fantasia, personaggi e situazioni sono inventate e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

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    5 Comments

    1. Liv
      Novembre 28, 2020
      Reply

      Tu non puoi lasciarmi così, non esiste. Io devo sapere, voglio sapere. Aggiungi questo alla lista delle cose da scrivere, inizia a fare lo schema e a scrivere, subito.
      Detto questo, complimenti per la storia. Hai intrecciato uno scenario da brivido con dei personaggi che sanno essere scherzosi, ironici e seri quando serve. Adoro il loro rapporto, il loro modo di fare, come parlano e come si capiscono al volo, persino dopo aver litigato. Adoro i personaggi che hai creato, sei stata davvero brava.
      Li ho visti in diversi momenti e devo dire che potrebbe venire fuori una storia molto carina, quindi mettiti al lavoro.
      A presto.

    2. Sai qual è una cosa davvero straordinaria? Rileggere un racconto che hai già letto in separata sede -non lo diciamo tanto forte, dai :3 EHEHEH- e rimanere comunque affascinata, se non uguale a prima, molto di più <3 Ora capisci di avere talento, Stephanie? Insomma, una simile capacità non è mica da tutti, eh, fidati di me! 🙂 E per questo, ancora una volta, ti invidio tantissimo, sappilo *-*

      Fin dal primo momento in cui me li hai fatti conoscere, ho shippato Ale e Ire al volo, senza troppi ostacoli nella mia testolina bacata. È stato lapalissiano, chiaro e ovvio, come bere un bicchiere d'acqua quando si ha sete. Prevedibile, da una parte, eppure improbabile dall'altra, notando certi risvolti a cui hai dato voce nelle cosiddette "puntate precedenti": diciamo che mi è sempre sembrato che un plot-twist romanticoso non fosse previsto nella scaletta alla quale avevi pensato 🙂

      E INVECE, BOOOOOM. Questo è il classico racconto che una groupie del mio calibro aspetta da sempre perché vede realizzati i suoi sogni proibiti <3 Finalmente, in fondo al tunnel, ho trovato una piccola luce, quella minuscola fiammella che, quasi richiamando i fuochi fatui presenti al cimitero di cui parli qui -non ci crederai mai, ormai ti conosco bene, ma sei stata parecchio brava con l'ambientazione spaziale! Credo sia solo una questione di abitudine: migliorerai con la suddetta tua nemesi, a mano a mano che ti concederai il beneficio del dubbio a riguardo :D-, inizia a brillare così tanto da convincerti della sua immortalità *-* E io ho cominciato subito a crederci, eh! Ergo, non mi deludere con i prossimi "parti", signorinella 😛 <3 Ahahahahah

      P.S.: In chat ti ho detto che avevo un appunto da farti. Ecco, ho riletto e posso confermare che era la stanchezza ad avermi fatto vedere doppio e pure male ahahahahahahahah Quindi, non ho altro da aggiungere, ragazza 🙂 Good job, girl :3

      • Stephi
        Novembre 25, 2020
        Reply

        Per rispondere a questo commento devo prendere appunti ahahah Ma cercherò di essere sintetica come non sono mai (e il racconto qui sopra ne è una prova lampante): che dire, se non un super mega iper grazie? Sia per tutto quello che hai scritto, sia per l’aiuto che mi hai dato nel ragionare su questo testo e migliorarne le parti poco convincenti. Sei stata di grande aiuto e soprattutto di enorme sostegno, e non sai quanto te ne sono riconoscente! Sono felicissima di essere riuscita a sorprenderti nella rilettura, lo dico sinceramente, e anche di essere in qualche modo riuscita a farti vedere la luce della speranza per questi due ahah (anche perché io, lo confesso, non ho ben deciso che ne sarà di Ale e Ire, le sensazioni cambiano di racconto in racconto, e se certe sere sono più romantiche di altre, non so quanto l’idillio durerà, ma ce lo teniamo stretto, per ora…) La cosa che mi rincuora più di tutte comunque è sapere di essere riuscita a creare un’ambientazione spaziale credibile. Ne sono sempre terrorizzata, ma fortunatamente in questa rubrica c’è sempre modo di mettersi in gioco e di sperimentare anche i lati della nostra penna che più ci fanno dannare come questo eheh E di questo non puoi che essere ringraziata, tu che questa rubrica l’hai creata 🙂 Quiiiindi, ancora grazie, dal profondo del mio cuore <3 Al prossimo racconto, Stephi

    3. Silvia Maria Bragalini
      Novembre 7, 2020
      Reply

      Ciao Stephi! Sono contenta che, anche last minute, tu sia riuscita a partecipare. Ricordo bene il primo incontro tra un deluso e frustrato Alessandro e Irene, la “ragazza fantasma”… sono contenta che continuino ad esistere sulla carta e nella tua immaginazione! Ho apprezzato anche il fatto che tu abbia scelto un cimitero, ma non lo abbia reso ambientazione della classica storia di Halloween con gli zombie che escono dalle tombe (o simili). L’accostamento tra luogo un po’ triste (ma pur sempre parte della vita) e l’atmosfera romantica con lucciole e un amore che sta nascendo (per quanto tra tante difficoltà) è sicuramente uno dei punti di forza della storia. In questo capitolo impariamo di più su Irene e sugli spettri che la tormentano… lei si merita un lieto fine, e anche Alessandro! Ma già così mi sembrano abbastanza felici…
      Simpatici anche i botta e risposta tra i due, hanno alleggerito il tutto.
      Ancora una volta complimenti, anche questo racconto mi è davvero piaciuto!

      • Stephi
        Novembre 25, 2020
        Reply

        Ciao Silvia! Grazie mille 🙂 È stato un parto portare a termine questa sfida ma sono contenta di esserci riuscita e mi fa davvero piacere sapere che tu abbia apprezzato il racconto! Ero super preoccupata che il tema non fosse pienamente rispettato, sono contenta di leggere invece che non sia così e soprattutto che tu abbia trovato buona la scelta di ritagliare in un luogo per definizione tetro uno sprazzo di amore che nasce. Grazie davvero per le tue parole!

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