Storytelling Chronicles: “Una battaglia per volta”

Storytelling Chronicles: “Una battaglia per volta”

Storytelling chronicles copertina

Nota

Cari lettori di AlteregoUniversus, prima di trascinarvi in questa lettura mi sembra doverosa una premessa: non sono Alterego Universus. La mia splendida amica Liv, sapendo della mia passione per la scrittura, si è gentilmente offerta di ospitarmi sul suo blog per poter partecipare alla rubrica ideata da Lady C de La Nicchia Letteraria, Storytelling Chronicles.

Un’occasione davvero unica per me di fare un salto nel vuoto sfidando l’ansia da ommioddioesefaschifonookfaschifononloleggerànessunomadovecredodiandare e farmi leggere da voi (è una delle primissime volte in cui pubblico online ciò che scrivo e la primissima volta che partecipo a un contest letterario, abbiate pietà!). Sono allo stesso tempo felicissima e terrorizzata dal premere “Invio”, anche se figurativamente – per fortuna, l’invio vero e proprio lo premerà Liv, altrimenti ci ritroveremmo tra 3 anni ancora in attesa di pubblicare, mi conosco. Un super grazie, doveroso, sia a Lara per la possibilità di partecipare anche non avendo un proprio spazio web, sia a Liv per tutto ciò che da sempre ha fatto e fa per me (non scherzo se vi dico che probabilmente, senza la sua spinta, non avrei mai ripreso a scrivere). Spero che il racconto possa piacervi. Alla prossima lettura, Stephi.

Trama

Ronnie e Simon si sono conosciuti per caso. Lei troppo presa dalla vita, lui troppo preso da lei, sono passati dall’odiarsi all’amarsi senza neanche rendersene conto. “È successo in metro, un giorno d’estate”, dice sempre lui, “O forse era inverno”, lo corregge sempre lei. “Di sicuro sono passati 4 anni e 16 giorni”, insiste lui, “4 anni, 16 giorni, 10 ore, 9 minuti”, aggiunge ridacchiando lei. Ronnie ha la risata più bella del mondo, e Simon la ama incondizionatamente.

Ama lei, i suoi sorrisi, le piccole rughe che le si disegnano sul volto quando tiene il broncio, il modo in cui racconta le vite degli altri sul suo taccuino, la sua grande passione per i gatti, ama persino il modo in cui lei odia la sorella. La ama così tanto che a volte si chiede come sia possibile, per il suo cuore, contenere tanto amore senza esplodere, ma a questa domanda non ha ancora trovato una risposta. Si è promesso, la prima volta che l’ha vista piangere, di proteggerla per sempre da tutto il male del mondo.

Non sapeva, allora, quanto il destino sarebbe stato crudele con Ronnie. Non sapeva, allora, che non sarebbe mai riuscito a salvarla da solo. Nell’inverno del loro quarto anniversario, infatti, Ronnie perde la mamma, ammalatasi improvvisamente di un male incurabile, e perde se stessa, la sua parte più bella, distrutta per sempre da un vuoto soffocante che nessuno, neanche il suo Simon, potrà mai riempire. Non secondo lei, almeno. Ma Simon non è il tipo che si dà per vinto di fronte a un no: nonostante le mille porte chiuse in faccia e la situazione precipitata ad un punto di apparente non ritorno, proverà a mostrare a Ronnie che ovunque la vita deciderà di condurli, se sapranno restare insieme, avranno già vinto la guerra. E che i mostri si possono sconfiggere. Basta affrontarli una battaglia per volta.

UNA BATTAGLIA PER VOLTA

“Lo ricordo perfettamente, sai?” sussurra, rompendo il silenzio assordante e avvicinandosi cauto alle mie spalle.
“Che cosa?” gli rispondo quasi sibilando, cercando di mantenere tutta la freddezza e la distanza possibili. Sguardo rivolto di fronte a me, verso la città, e mani salde alla ringhiera del terrazzo, per non fargli notare quanto stia tremando dalla rabbia. Ancora.
“Il momento. Quel momento. Il momento in cui ho incrociato per la prima volta il tuo sguardo. L’inizio di tutto” confessa, sottovoce.
Non me ne importa niente, vorrei rispondergli. Ho i nervi a fior di pelle e il suo cercare di farsi perdonare ricordando il passato dopo la violenta litigata che abbiamo appena avuto non fa che innervosirmi il doppio.
“Eri così concentrata sul tuo telefono… mio Dio, se chiudo gli occhi ancora ti vedo. Scrivevi così velocemente che credevo ti potessero scoppiare le dita da un momento all’altro…” lo sento sorridere. “E quel tuo essere così dannatamente distante da tutto ciò che ti stava attorno, in quel preciso istante, è la cosa che più mi ha fatto perdere la testa. Pensare che al mondo potesse esistere qualcuno capace di farti sentire così, di estraniarti e portarti con sé in un posto dove siete solo voi due, e tutto il resto non conta… Era come vedere un desiderio che si avvera. Già pensavo a quanto sarebbe stato perfetta tutta una vita, con te, in quelle mura che ti eri costruita tutt’intorno e dove volevo maledettamente entrare. Anche se non avevo idea di come fare.”

Non riesco a voltarmi e guardarlo negli occhi, anche se sta riportando alla mente di entrambi uno dei giorni più strani e memorabili delle nostre vite, il giorno in cui noi abbiamo, anche se non ufficialmente, avuto inizio.
“Non riuscivo a catturare la tua attenzione in nessun modo. Nonostante fosse settembre e indossassi il peggior travestimento di sempre.” ridacchia. “E tu invece, senza neanche rivolgermi mezza parola, ti eri già presa il mio cuore. Quando poi alzasti lo sguardo, e i tuoi occhi azzurri trafissero i miei, credo persino di essere morto, sai? Per un secondo o due, penso proprio di aver smesso di respirare, tanto eri bella. Tanto sei bella.”

Si fa più vicino, ma non ci riesco a lasciarlo fare; lo allontano con un gesto brusco. Fa un passo indietro, schiarisce la gola, e riprende da dove si è interrotto. Se ha paura di avermi persa – e dovrebbe averne – non lo dà troppo a vedere.

“Mi avevi guardato con un’intensità che non ho mai ritrovato in nessun altro; trapassandomi da lato a lato, forse chiedendoti per quale assurdo motivo una persona sana di mente potesse andare in giro nella metro di New York con indosso una tuta da sci e un passamontagna in piena estate, o forse giudicando semplicemente il mio grado di pericolosità su una scala da idiota del tutto innocuo a possibile maniaco serial killer, ma non per più di mezzo battito di ciglia; non potevi permetterti di perdere tempo con me, c’era qualcosa che ti premeva di più, che fremeva dalle tue mani e non vedevi l’ora di concludere. Io ero solo una distrazione. Per questo quando mi sono seduto al tuo fianco non ci hai nemmeno fatto caso, a parte quello sbuffare che ricordo ancora come uno degli schiaffi peggiori mai tirati al mio ego. Ma nemmeno la mia presenza ti ha impedito di continuare a scrivere la tua storia. Per un po’…” si zittisce, all’improvviso.

Forse rivede quei momenti nella sua mente, come sto facendo io. Solo che non stanno bastando, a perdonare. Stanno solo facendo più male a una ferita già sanguinante. E cosa si fa quando non sono più sufficienti i ricordi delle cose belle a rimarginare i tagli provocati da quelle brutte? Come si sopravvive se non c’è cicatrizzante che tenga al dolore che prova un cuore infranto, riparato e poi distrutto di nuovo?

Inizio a piangere così piano che nemmeno me ne accorgo. Lui però sì, li percepisce, i singhiozzi, nel ritmo diverso che hanno i miei respiri.

“Ti prego, non piangere Ronnie. Ti prego!” mi supplica, ottenendo l’effetto contrario: scoppio in lacrime senza nemmeno realizzarlo, scivolando lentamente lungo il freddo pavimento del terrazzo, accovacciandomi come a proteggermi da tutto il male che mi fa. Che però non passa: si fa più grande. Lo sento avvicinarsi, abbassarsi lentamente al mio fianco, cercare di prendermi la mano ma ancora, non ci riesco. Lo spingo quanto più lontano posso, da lì, da me, da noi. “Vattene via Simon” riesco a dire, tra un singhiozzo e l’altro, mentre le lacrime si fanno sempre più abbondanti e il respiro poco a poco viene a mancarmi. “Te ne devi andare, adesso!” insisto, mentre lui continua a rimanere. In silenzio. A un passo da me. Seduto ora, credo a gambe incrociate, alle mie spalle. “VATTENE!” urlo, così forte da spaventare i vicini, che si affacciano al balcone per controllare che sia tutto ok.

“No Ronnie, non vado da nessuna parte” risponde lui, il tono più pacato che riesce ad avere. La voce gli trema però, me ne accorgo da come si incrina quando pronuncia il mio nome, anche se parla così sottovoce che sembra quasi sia la mia testa a immaginarsi le parole che escono dalla sua bocca e non lui a pronunciarle veramente a qualche centimetro da me.
Non ho forze per ribattere. Continuo ininterrottamente ad alternare il singhiozzare all’aprire la bocca per dire qualcosa e mandarlo via, ma non esce nessun suono. Ci vuole un po’ prima che riprenda a respirare ad un ritmo regolare, che mi calmi, o almeno ci riesca, a sembrare calma. Prima che lui riprenda a parlare, esattamente dal punto in cui le mie lacrime l’avevano fermato.

“Ero così rapito da quel che stavo guardando che ci misi un po’, in effetti, a capire che ti stavi prendendo gioco di me. Che eri così sveglia da aver intuito, o intravisto con la coda dell’occhio, che non riuscivo a non leggere ciò che stavi scrivendo tutta presa sulle note del tuo telefono e quindi, per vendicarti, avevi iniziato a raccontare di quello strano ragazzo che era sbucato al tuo fianco quasi all’improvviso e non era capace di farsi i fatti suoi.

Quando mi sono accorto di ciò che stavi facendo avrei voluto scomparire. Invece non sono riuscito a far altro che chiederti scusa, un milione di volte, per averti interrotta. Quanto ti eri arrabbiata, quella volta. Quanto avresti voluto prendermi a schiaffi per averti tolto la tua concentrazione, per essere riuscito a riportarti nel nostro mondo contro la tua volontà. Eppure, pungesti di più con le parole. Quelle non dette. Alzandoti e scendendo alla prima fermata della metro, così nervosa da dimenticarti lì la borsa intera. E dandomi involontariamente l’occasione di rimediare alle mille cazzate che avevo fatto dal primo secondo in cui ti avevo vista.” Sospira, resta in silenzio per un po’. Prima di aggiungere: “Solo questo, vorrei. Ritornare a quel giorno e rifare tutto da capo, senza errori stavolta. Avere un’altra possibilità per dimostrarti quanto amore c’è qui dentro, per te. Anche se non ci credi più.”

“Smettila”, riesco a sussurrare.
“Io sono davvero innamorato di te” afferma, il tono di voce così flebile che non sembra nemmeno stia parlando con me, ma cerchi di convincere se stesso, di amarmi. Di amarmi sul serio. Di amarmi quanto basta per sopportare il mio comportamento illogico e insensato.

“Non lo sei. Non si distruggono le persone che ami”, ribatto.
“Hai ragione. È il motivo per cui sono qui ad implorarti di ripensarci.”
“Non posso.”
“Provaci. Lasciami provare. Ti prego Ron, sono stati gli anni più belli della mia vita, questi che ho passato con te. Più belli di qualsiasi altra cosa. Tu sei stata la cosa più bella di tutte. Non può finire così.”
“Hai deciso tu di farla finire così.”
“No. Non l’ho mai voluto. Non voglio tuttora che finisca.”
“È già finita. Da un pezzo.”
“No. Non è vero.”

“E tutto questo rivangare il passato, questo ricorrere ai ricordi, convincersi che le cose si possano ancora sistemare… Tu mi hai distrutta due volte, Simon, tu. E non voglio darti il potere di farlo ancora. E ancora. E ancora. Finché di me non resterà niente. Ti ho perdonato un milione di volte. Mi stavo fidando di te di nuovo. E a cosa è servito? Dimmi! A che cosa è servito?”

“A mostrarti che sono capace di essere una persona migliore. Che sono cambiato. Che posso essere ciò di cui hai bisogno, ma non posso farlo se mi allontani continuamente da te. Con i tuoi silenzi. Alzando muri. Ti sei convinta che sia la persona sbagliata perché non ho saputo reagire subito nel modo giusto di fronte alle tue difficoltà. Perché mi sono spaventato; perché ho minimizzato. Perché non ti ho dato l’importanza che meriti, non l’ho data al tuo dolore, ho creduto che bastasse mostrarti un modo diverso di vedere le cose, un modo nuovo, per guarirti, senza capire il male che stavi vivendo e senza riuscire, per questo, a farti stare meglio. Ti ho distrutta perché sono stato presuntuoso. Ero convinto di poter riuscire da solo a sistemare una parte di te che si è spezzata per sempre. Non avevo capito quanto era grande quel vuoto. E quando l’ho capito mi ha risucchiato e terrorizzato. Mi sono allontanato per questo, da te. Da voi. Non riuscivo a sopportare l’idea di fallire. Di diventare un dolore per te, un altro, l’ennesimo. Credevo davvero che allontanarmi potesse solo giovarti. Darti spazio, lasciare che fossi tu da sola a cercarmi quando ti fossi sentita pronta, senza metterti altre inutili pressioni addosso. Ho sbagliato. E mi sento terribilmente in colpa. Ti ho distrutta due volte, è vero. Nessuna delle due con l’intenzione di farlo. Nessuna delle due con cattiveria. Ho peccato d’ingenuità, d’ingenuità e di incoscienza. Non sapevo come comportarmi con te. O con tuo padre, con tua sorella. Ma non è per questo che merito di sentirmi dire che non ti amo. Perché l’amore che provo per te è la mia unica certezza. La sola cosa che so di avere che non potrà mai, mai cambiare.”

Le lacrime riprendono a scendere senza che possa fermarle. Non so proprio come fare, a non piangere.
“Io non ci riesco”, affermo, ed è così, senza complemento. Ad affrontare questa ennesima discussione, a far finta che vada tutto bene, a credere che tra noi non sia successo niente, a comportarmi come se la mamma fosse ancora qui, non ce la faccio proprio.
“Non devi riuscirci da sola.” mi risponde.
“Non ci riesco e basta”, sospiro, stremata, ogni parola che brucia in gola come il più tossico dei veleni.
“Ci riusciremo insieme. Ci proveremo, perlomeno. Ma non devi farlo contando solo su di te. Non sei sola, Ron. Non rinchiuderti nella tua testa, non lasciarmi qui fuori nella tempesta. Io voglio solo aiutarti, senza esitazioni stavolta.”

“Ti spaventerai di nuovo.”
“No.”
“Alla prima crisi, al primo attacco di panico, al primo segno d’ira, al primo sintomo di questa follia ti prenderà di nuovo l’ansia di non riuscire a starmi accanto e sparirai ancora.”
“No. Te lo prometto.”
“Non è una promessa che puoi mantenere, Simon.” Quanta fatica mi costa pronunciare il suo nome.
“Invece lo è. Posso farcela. Possiamo farcela. Ho imparato a capirti. Lascia che provi a salvarti, come hai fatto tu con me un migliaio di volte. Tocca a me adesso ricambiare il favore. Prendermi cura di te e del tuo cuore stanco. Ti prego Ron. Posso farcela.”
“Non credo che tu ti renda davvero conto.”
“Mi insegnerai.”
“No, Simon. Non è qualcosa che posso insegnarti. Non voglio nemmeno farlo. Hai una vita intera davanti da vivere con chiunque, tranne me. Restare, per te o per qualunque altro, sarebbe soltanto condannarsi a una vita di sofferenze. Non posso chiedertelo, non voglio chiedertelo, e non voglio che tu scelga questa come la migliore delle opzioni per il tuo futuro. Hai davanti a te una vita brillante, ma senza di me. Devi lasciarmi andare. Devi scegliere te stesso. Io me la caverò, in qualche modo, ma non posso chiederti di venire con me in questo viaggio. Non sarebbe giusto.”

“Io ho scelto te, Ronnie. Nell’esatto momento in cui i miei occhi si sono posati sul tuo viso su quella maledetta metro. Non voglio nessun’altra. Non ci sarà mai nessun’altra. Io ho scelto te, scelgo te, sceglierei te anche tra un migliaio di anni. Perché credi che sia qui? Perché credi che ci provi ancora? Nonostante mi abbia sbattuto la porta in faccia una ventina di volte, in questi ultimi mesi. Nonostante il tuo castello abbia alzato mura così alte che nemmeno si vede l’interno, da qui dove sto io? Perché io lo conosco, quel che c’è lì dentro, dietro quelle linee difensive all’apparenza invalicabili. Ed è per questo che non arretrerò neanche di un passo. Finché non abbasserai il ponte levatoio e mi farai entrare. E insieme, fianco a fianco, vinceremo questa guerra. Una battaglia per volta. La depressione non vincerà. Questo tuo cercare continuamente di allontanarmi non funzionerà. Io ho scelto te, scelgo di starti a fianco e di esserci per te qualsiasi cosa accada. Di prenderti per mano nei momenti più grigi e portarti con me dove la nebbia si dirada e il mondo riprende i suoi colori. Dove non importa quante notti ci saranno, né tantomeno quanto eterne sembreranno, perché prima o poi sorgerà il giorno, e quando lo farà ammireremo l’alba insieme, e sarà la più bella che potremo mai vedere. Più di qualsiasi altra alba potrei mai stare a guardare da solo. Perché è questo che voglio, Ron: svegliarmi ogni mattina al tuo fianco e addormentarmi ogni sera cullato dai tuoi abbracci, perché solo con te sento di avere un significato anche io. E ti chiedo terribilmente scusa per essermene reso conto solo adesso, per non averlo capito prima. Per essere stato così stupidamente convinto di non doverti dimostrare ogni giorno quanto davvero ti amo. Ho sbagliato a darti per scontata, ed è uno sbaglio imperdonabile. Perché sei la persona più preziosa che conosco, la cosa più importante che ho, e non voglio perderti di nuovo. Non ti lascio andare più. Ovunque andrò. Ora e per sempre. Ti porto con me.”

Lo guardo negli occhi per la prima volta da quando l’ho fatto entrare in casa. Ha il volto spento, scavato, stremato dalla fatica e dallo sforzo di tenermi testa. Probabilmente non dorme da giorni, e non credo nemmeno abbia mangiato. I suoi occhi non brillano più come sempre, sono spenti, lontani, distanti, e questo mi distrugge, perché so che la colpa dei suoi mostri è solo mia. Da quando la mamma è morta non sono più la stessa. Neanche davanti allo specchio. Simon era l’unica boccata d’ossigeno che riusciva ancora a tenermi in vita. L’ho risucchiato del tutto. Annientato. Annullato.

Quel che mi trovo davanti ora è una brutta copia dello splendido ragazzo di New York che avevo conosciuto quel giorno sulla metro. E la colpa è soltanto mia. Per questo non posso accettare la sua offerta d’aiuto, per questo l’ho tagliato fuori da ogni cosa che riguardi me o la mia famiglia. Per ridargli la vita che senza volere gli ho sottratto. Perché non potrei mai sopportare il peso di perdere anche lui. Anche se l’ho già perso, perché di fronte a me c’è qualcuno che non riesco, pur intravedendone delle somiglianze con Simon, a riconoscere del tutto. C’è un ragazzo intimorito, spento, diverso. Un ragazzo che dice di amarmi e che io non so come amare, perché è troppo grande la paura di poterlo soltanto ferire. Un ragazzo che è stato tutto, e ora il tutto che siamo stati mi sembra così vuoto, mi sembra il niente. Il niente più assoluto.

Forse è la malattia, a parlare. Forse è questo vortice tetro in cui sto precipitando senza riuscire a tornare a galla che fa di me e dei miei pensieri delle ombre senza colori e senza forma che passo passo conquistano ogni cosa, facendomi dimenticare il mondo per come sono stata abituata a conoscerlo. Il problema è che non riesco a non pensare. E tutti i pensieri che ho sono pensieri pericolosi. E non basta tutto l’amore che Simon o papà o Trish o chiunque altro dice di provare per me a riportarmi a galla, anzi, per una strana, contorta, incomprensibile ragione non fa che farmi affondare.

Quando è mancata la mamma, una parte di me si è rotto per sempre. Ha smesso di funzionare, e non è uno di quei guasti che ti basta trovare il pezzo di ricambio giusto per far ripartire tutto com’era prima. È un qualcosa che non ha soluzione. Un buco nero che mi risucchia dall’interno, con sempre più forza. Ho cercato, di opporre resistenza. Ho provato, a non farmi trascinare dalla corrente. Non ci sono riuscita. Il dolore che sento è assordante, il vuoto che lascia pesante. Mi prendo la testa tra le mani e cerco di fermare il vortice di pensieri che mi fa girare la testa così maledettamente…

È così delicato che sul momento nemmeno me ne rendo conto: passa qualche secondo infatti prima di realizzare che il calore che sento attorno alla testa non sono i pensieri che ruotano all’infinito, ma le mani di Simon poggiate caute sulle mie. E quelle mani, quel calore, sembrano riuscire a placare tutto questo roteare vertiginoso che mi tormenta da mesi. Di colpo. Come se fosse riuscito in qualche modo a staccare la corrente, a mettere tutto in pausa, il tempo di riprendere fiato. Ha paura di stringermi con più forza, e non saprei dire se teme di più la mia reazione o la sua. Sento le lacrime riprendere a scorrermi lungo le guance; questa volta, però, hanno un sapore diverso. Non è che una sfumatura, quasi impercettibile se non fosse che piango ogni giorno e ormai lo conosco a memoria, il retrogusto che lasciano.

È proprio per questo che noto subito la differenza: in queste lacrime c’è una timidissima punta di speranza. Piccola, tenue, esitante. Ma la sento. C’è. Esattamente al centro del petto, dove non credevo mi sarebbe mai più stato possibile sentire qualcosa. Trattengo un sorriso, ho paura di poter spezzare l’incantesimo se mi lascio andare assaporando questa sensazione interamente, ma non oppongo resistenza quando Simon, lentamente, mi solleva la testa fino a che i nostri sguardi s’incontrano, il suo volto si fa sempre più vicino, le sue labbra si posano timide sulla mia fronte.

Non dico niente, e nemmeno lui parla. Mi prende le mani e le allontana dalla testa, sollevandomi cauto in piedi. Non ho più forze per sorreggermi (non mangio da giorni anche io), così quando percepisce la mia difficoltà a muovere qualche passo mi solleva con la forza che gli è rimasta. Mi aggrappo a lui, al suo collo, respiro il suo profumo stringendomi con tutta la forza che ho al suo petto. È come rinascere: rivivere in un battito di cuore tutto ciò che siamo stati, ciò che siamo, ciò che saremo, e percepire dentro un bisogno nuovo, quello di credere che l’amore può salvarci.

Mi stende sul letto, da quello che di solito è il suo lato. Non c’è bisogno che me lo dica, di chiudere gli occhi. Lo avverto muoversi, nel buio della stanza; mi toglie le scarpe e le poggia ai piedi del letto, prende una coperta e me la sistema addosso, mi accarezza i capelli e mi stampa un altro bacio sulla fronte, e poi un altro e un altro ancora, asciugandomi col pollice le lacrime che, ancora una volta, non riesco a trattenere. E capisco che forse la cosa più vicina all’amore che conosco, oltre al legame che ha unito i miei genitori, è proprio la storia tra me e Simon. Il nostro prendersi cura dell’altro a vicenda, lo sbranarsi durante le liti per poi riscoprirsi nuovi stretti in un abbraccio quando si fa pace, l’esserci sempre l’uno per l’altra, qualsiasi cosa accada. L’amarsi, nonostante tutto. Non so se lo merito, io, un amore così.

Si allontana per un attimo da me, e proprio mentre sto per aprire gli occhi e alzarmi a cercarlo, terrorizzata dall’idea che possa non tornare più, lo sento stendersi al mio fianco, infilarsi sotto la coperta, stringermi fortissimo tra le braccia affondando la testa tra i miei capelli. Vorrei non mi lasciasse andare mai. Perché è in quell’abbraccio che le ferite iniziano a rimarginarsi, grazie a lui che il puzzle inizia a ricomporsi. E, come mi avesse sentita, mi stringe ancora, più forte che può. Forse è ancora convinto che possa comunque allontanarmi, non appena si farà mattina. Fino a questo pomeriggio l’avrei creduta un’opzione plausibile, ma dopo quello che mi ha detto non potrei mai. Il suo corpo si fa sempre più vicino al mio, e tra le sue braccia il mondo mi fa meno paura, perché siamo noi e nient’altro, noi e nessun altro. Siamo noi. Contro tutto.

“Una battaglia per volta, Ron”, sussurra, continuando a stringermi e riempirmi di baci. È la più dolce delle medicine, l’ossigeno che mi permette, ancora una volta, di respirare.
“Una battaglia per volta”, gli rispondo. Convinta da quella briciola di speranza che ha dato un nuovo sapore al mio ultimo pianto che forse, insieme a lui, posso farcela anche io.

Informazioni

Il contenuto pubblicato sopra è protetto dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d’autore, legge n. 633/1941, qualsiasi riproduzione anche parziale senza autorizzazione è vietata. Questa breve storia è un’opera di fantasia, personaggi e situazioni sono inventate e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

19 Comments

  1. Ciao, Stephi. Sono Silvia di Silvia tra le righe. Il tuo racconto mi ha davvero emozionata. Sei stata in grado di descrivere alla perfezione la depressione che un grave lutto può provocare. Ho amato il modo particolare e dolce in cui hai descritto la storia d’amore di Ronnie e Simon, un amore in grado di superare ogni ostacolo, anche il momento nero e terribile che la protagonista sta vivendo. Hai uno stile che incanta il lettore. Complimenti.

    1. Stephi

      Grazie Silvia! Avevo perso il tuo commento, recupero ora. Sono davvero felice di sapere che ti sia piaciuto questo racconto e che ti abbia emozionata, ti ringrazio di cuore! 🙂

  2. Meno male che hai preso la palla al balzo con questa rubrica perché, lasciatelo dire, ragazza, la tua scrittura è davvero memorabile <3

    La storia che hai scelto di farci leggere si può descrivere con l'aggettivo "struggente", sia in riferimento al background del personaggio principale femminile, Ronnie, sia per la situazione che sta vivendo di riflesso il suo coprotagonista maschile, Simon. Mi è piaciuta molto la tua decisione di "far parlare" quasi sempre lui, mettendo un po' in ombra lei, come se volessi ricordare che la ferita della ragazza è ancora fresca e discorrere, per lei, in un momento delicato quale è il presente, non è così immediato come si voglia credere. Inoltre, questa contrapposizione, la si nota moltissimo anche perché la voce narrante è tutta al femminile, pensieri logici eppure sconnessi che sanno estirpare pezzetti di cuore al lettore.

    Ammetto che, però, in certi punti, un po' per la narrazione concitata un po' per i dialoghi lunghi, ho perso la connessione con i miei sentimenti e, perciò, ho avuto qualche difficoltà a ritrovare lo spirito giusto mentre affrontavo la lettura. Il mio consiglio a riguardo è sicuramente quello di spezzare i quasi monologhi di Simon, non tagliandoli perché, secondo me, sono completamente necessari, ma magari alternandoli a piccole parti descrittive: lo stacco darebbe per certo un ritmo più incalzante e un aspetto del genere, per un lettore famelico di dettagli come me, è fondamentale per mangiarsi in un sol boccone la tua storia 😉

    Infine, nonostante il tono drammatico, il tuo "duello" tra raziocini mi ha fatta pure sorridere perché mi ha ricordato parecchio il rapporto che ho con il mio ragazzo. Quando capita che mi faccia arrabbiare -è raro, ma mannaggia a lui ahah-, se da un lato io inevitabilmente cerco di allontanarlo, dall'altro lui mi tallona come in un inseguimento della Squadra Speciale Cobra 11 -stessa cosa avviene se succede il contrario, eh ahah- AHAHAH Rivedersi in un qualsiasi scritto è sempre una sensazione bellissima! Perciò, oltre a ringraziarti di aver iniziato a condividere con noi tutte questo percorso di scrittura creativa, ti sono grata per le belle sensazioni vissute 🙂

    Al prossimo racconto :3 E non avere più paura di fare click 😉 Sei brava e ce lo hai già dimostrato alla grande 😀

    1. Stephi

      Il tuo commento mi ha commossa, davvero! Grazie di cuore per tutto, per i complimenti e ancor di più per i consigli, che sono certa mi aiuteranno a migliorare man mano! Terrò sicuramente conto del consiglio dato, è una mia brutta abitudine quella di non dare respiro in quello che scrivo, però effettivamente rileggendolo capisco la difficoltà e farò del mio meglio per migliorarmi! È veramente un onore per me comunque sapere di essere riuscita a farti rivivere qualche frangente della tua realtà con questo racconto. Grazie grazie grazie ancora di cuore. Alla prossima lettura, Stephi.

  3. Simona Busto

    Molto vera, questa storia. Il dolore, quando è profondo, a volte sembra ingoiare tutto, anche le cose belle.
    Mi fa piacere che il racconto contenga un messaggio di speranza e rinascita.
    Davvero ben raccontato.

    1. Stephi

      Grazie mille Simona per il tuo feedback! Sono felice di sapere che il racconto ti abbia colpito e soprattutto che ti sia arrivato il messaggio di speranza, davvero! 🙂

  4. Ciao!
    Il racconto è davvero intenso. Ci sono molti temi importanti e con connotazioni negative – la morte e la depressione, o ancora la perdita di sé dovuta al dolore -, ma quello che mi ha colpita è l’utilizzo dell’amore come elemento distruttivo (Ronnie che ha “consumato” la vitalità di Simon) e insieme salvifico, curativo per le ferite dell’anima anche quando sembra acuirle. Hai trattato tutto questo in modo molto diretto ma non banale, anzi si costruisce pian piano una profondità che spiazza e allo stesso tempo rende impossibile smettere di leggere. Ho adorato Simon e mi è spiaciuto vedere che ha avuto un momento di fuga, ma è anche quello che l’ha reso reale, vero, e non cavaliere da storia romantica e basta!
    Ronnie è una protagonista fragile e sei riuscita a trasmettere questa sua fragilità molto, molto, molto bene. La sua debolezza, la battaglia che deve affrontare, tutto è commuovente e insieme fa sperare che ci sia, anche per lei, un lieto fine. Meno male che l’amore è anche battagliero!!
    Brava! Mi è piaciuto un sacco!
    Federica

    1. Stephi

      Ciao Federica! Grazie di cuore per il tempo dedicato alla lettura e per il tuo commento. Sono veramente contenta di sapere che ti abbia colpito la dualità dell’amore: è una delle cose che tenevo di più a far passare, perché sono convinta che questa doppia anima sia la cosa che rende l’amore il più bello dei sentimenti. E mi riempiono il cuore di gioia anche le tue parole per Simon: sono super affezionata a questo personaggio, sapere che arriva e che ti sembra vero è la soddisfazione più grande. Di nuovo, grazie mille per il commento. Alla prossima lettura!

      1. Ciao, Stephi. Sono Silvia di Silvia tra le righe. Il tuo racconto mi ha davvero emozionata. Sei stata in grado di descrivere alla perfezione la depressione che un grave lutto può provocare. Ho amato il modo particolare e dolce in cui hai descritto la storia d’amore di Ronnie e Simon, un amore in grado di superare ogni ostacolo, anche il momento nero e terribile che la protagonista sta vivendo. Hai uno stile che incanta il lettore. Complimenti.

  5. Liv

    Ciao. Eccomi finalmente a commentare.
    Il racconto mi ha colpito molto, parla di temi molto importanti come la morte, la perdita di una persona cara e la depressione e credo tu abbia affrontato il tutto in modo semplice e soprattutto con cautela. Non ti sei sbilanciata, hai dato vita a un personaggio con dei problemi importanti e allo stesso tempo hai dato una speranza, senza ovviamente togliere l’importanza che possono avere quei problemi. Hai trattato il tutto in modo perfetto, senza superficialità.
    Sarei curiosa di conoscere per intero la storia di Ronnie e Simon, mentre leggevo volevo vedere veramente la scena del loro primo incontro e di come si sono conosciuti poi davvero.
    Per le due sviste te le hanno già fatto notare quindi non ripeto la stessa cosa. Per i dialoghi ti direi anche io di usare i caporali, creano più distacco all’interno dei paragrafi. E, gusto personale, i monologhi tanto lunghi a volte potresti spezzarli con qualche descrizione o qualche gesto del personaggio, così da avere una lettura ancora più fluida.
    Per il resto apprezzato tutto davvero.
    p.s Mi sono emozionata a leggere la tua nota iniziale e sono contenta che tu abbia accettato di partecipare a questa rubrica.

    1. Stephi

      Grazie di cuore per ogni parola di questo commento Liv, davvero! La storia di Ron e Simon mi frulla in testa da un po’, e ha qualche capitolo già scritto… spero di farla vivere del tutto, prima o poi, quando succederà ti informo! 😛
      Grazie mille anche per i consigli; sto provando a scrivere i dialoghi con i caporali ed effettivamente noto che aiuta a leggere in modo più fluido! Per i monologhi, prendo nota e proverò a farlo: ti ringrazio del consiglio, tutto aiuta a migliorare!
      PS grazie ancora e sempre a te per la possibilità che mi hai dato, e per tutto il resto 🙂

  6. Ma sei davvero bravissima! Hai trattato il tema della depressione e della morte con vera maestria colpendomi dritta al cuore. Non sono amante del dramma ma il tuo stile mi ha incantato facendomi uscire anche qualche lacrima. Il tuo racconto ha avuto un grande impatto emotivo, questo è certo. Brava brava!

    1. Stephi

      Ciao Angeltany! Grazie mille, davvero, per le tue parole! Mi riempie il cuore sapere di essere riuscita a commuoverti, sono sincera. Prometto di provare a risuonare meno drammatica nella prossima storia 🙂 A presto, Stephanie.

  7. Wow che storia toccante che hai scritto, Bella intensa e ricca di emozioni! Bravissima!
    Non ti avevo mai letta ma ora grazie a Lara sarà un piacere farlo.
    Ho notato il refuso di Debora (io uno solo lei è stata più brava) rotto invece di rotta ma è semplicemente un errore di battitura e ci sta. Hai affrontato temi così delicati e importanti che sei stata brava a non annoiare ma in poche parole riuscire ad arrivare al cuore del lettore.
    Ti dico però due miei appunti personali che puoi scegliere di ignorare oppure no.
    Avrei preferito usassi per i dialoghi i caporali << anzichè le virgolette " perchè per mio parere personale penso che siano più efficaci quando si sta parlando mentre le virgolette più quando si pensa.
    E seconda cosa siccome il racconto è lungo anche se hai fatto bene a mettere spazio fra le varie scene non sarebbe stato sbagliato mettere almeno un paio di immagini perchè spesso capita che chi legge o da pc o da cellulare si affatichi gli occhi quando la storia è troppo lunga mentre se affiancato da immagini la lettura è più gradevole e rende più piacevole continuarla fino in fondo.

    1. Stephi

      Ciao Susy, grazie di cuore per aver letto la storia e per il tuo commento. Sono veramente contenta di essere riuscita a trasmettere delle emozioni con questo racconto, e ti ringrazio sinceramente per tutte le indicazioni che mi hai dato. Ero in dubbio anche io sull’uso dei caporali rispetto alle virgolette, terrò conto del suggerimento per il prossimo testo; per le immagini invece non avevo proprio considerato la questione, non essendo abituata a pubblicare quello che scrivo, ma sicuramente proverò a seguire i consigli per la prossima storia! Grazie ancora per la lettura e per il commento, alla prossima! Stephanie

  8. Debora Paolini

    Temi delicati, trattati in modo efficace e profondo, questo è il punto di forza di questo racconto. Morte e depressione sono qualcosa di estremamente complesso, e spesso si rischia di cadere nel banale, negli stereotipi. Invece qui, per quanto io abbia deciso di osservare lo svolgersi dei pensieri in maniera asettica per non farmi condizionare nel giudizio dalla mia esperienza personale (parecchio simile a quella di Ronnie), trovo che di banalità non ce ne sia affatto. Sei stata brava a farmi entrare nella testa sia Di Ron, sia di Simon. Il senso di fragilità di entrambi è così umano, vero, tangibile! Mi viene spontaneo domandarmi se per caso non ci sia un’esperienza personale dietro tutto, questo per dire quanto verosimile mi appaia il racconto. Il conflitto e la rabbia dell’inizio si trasformano pian piano nella speranza del finale attraverso un flusso progressivo di pensieri e sentimenti, a volte contrastanti, che sa di umana autenticità. Davvero complimenti.
    Per quanto riguarda la scrittura in senso più tecnico, non è che ci sia chissà cosa da migliorare. Ho trovato un refuso (Quando è morta la mamma, una parte di me si è rottO) e un paio di cose che non amo particolarmente. Una è “Io sono davvero innamorato di te!” afferma, il tono più… Mi piace di più: afferma, con il tono più…
    La seconda è il “VATTENE!” tutto maiuscolo, specialmente se seguito da “urlai”
    Per il resto, la sintassi è più che adeguata allo stato emotivo di Ronnie e varia opportunamente a seconda del momento.
    Nel complesso un ottimo lavoro, davvero. Ben fatto!

    1. Stephi

      Ciao Debora! Innanzitutto, ti ringrazio di cuore per il tempo che hai dedicato alla lettura di questo racconto. Secondariamente, non posso che ringraziarti per le bellissime parole che hai scritto sulla storia e per le tue indicazioni (preziose!) sulla scrittura in sé del pezzo. Sono veramente contenta di essere riuscita ad arrivarti in modo così diretto con questo scritto, e sinceramente commossa; non ho vissuto in prima persona una perdita come quella di Ronnie ma ho perso di recente una persona a me cara e scriverne, anche se indirettamente, mi aiuta ad elaborare il tutto. Ed essere riuscita a trasmetterti quel che si vive in queste situazioni senza banalizzarlo è la più grande soddisfazione, per me. Grazie ancora di cuore per le tue parole! Spero di leggere presto il tuo racconto. Alla prossima storia, Stephanie.

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