Racconto “Non si può essere seri a diciassette anni”

Racconto “Non si può essere seri a diciassette anni”

Nota

copertina storytelling

Buongiorno lettori. Finalmente, quasi all’ultimo, arrivo anche io per la rubrica mensile Storytelling Chronicles. Per questo mese il tema era una poesia a scelta tra alcune proposte. Io ho scelto “Romanzo” di Arthur Rimbaud che dà anche il titolo a questo racconto “Non si può essere seri a diciassette anni”.

Riconosco la mia ignoranza e la mia incapacità di essere poetica, di scrivere poesie e di capirle fino in fondo a volte, quindi ho avuto diverse difficoltà prima di trovare l’ispirazione.

Il racconto “Non si può essere seri a diciassette anni” è di fatto un monologo, un flusso di coscienza quasi, di un uomo che ha sentito queste parole spesso nella sua vita e quindi spiega il significato che avevano per lui e le conseguenze di quel detto.

Buona lettura!

Non si può essere a diciassette anni

E sei innamorato. Preso fino al mese d’agosto.
Sei innamorato. – I tuoi sonetti La fan ridere.
Gli amici se ne vanno. Sei di pessimo gusto.
Poi l’adorata una sera si è degnata di scrivere…
!

Quella sera,… – torni ai caffè splendenti,
Ordini birra o limonata…
Non si può essere seri a diciassette anni
Quando i tigli sono verdi lungo il viale. (“Romanzo” Arthur Rimbaud
)

Non si può essere seri a diciassette anni… Mi pare di sentire ancora quelle parole. Sono come un disco rotto, si ripetono, creano un eco che rimbomba fino a quando non ci credi davvero. Saltano fuori nei momenti meno opportuni a volte o semplicemente quando qualcosa del presente le riporta a galla. A tratti sembro Proust con la sua madeleine con la differenza che non sono uno scrittore o un poeta maledetto, anche se probabilmente sono maledetto e basta. 

Mi pare di sentire ancora mia madre che mi diceva di provare ad essere più maturo, più responsabile in tutto ciò che facevo. Io provavo, lo giuro, a modo mio ma ci provavo davvero. Poi arrivava mio padre a rincarare la dose dicendomi che a quella età lui aveva già le idee chiare sul futuro, che non potevo stare tutto il giorno a far festa o a dormire perché la vita mi avrebbe investito in pieno viso prima o poi. Ebbene pensate lo abbia ascoltato davvero? Ve lo dico io: no, non l’ho fatto. 

In parte forse era merito di mio nonna che mi coccolava come se avessi ancora cinque anni, mi preparava il pranzo, i dolci preferiti e mi lasciava poltrire fino a mezzogiorno. Al contrario il nonno ripeteva come lui a quella età stesse già lavorando duramente e come io fossi solo un adolescente come gli altri: poco serio. 

Non era un insulto il suo, semplicemente aveva visto come il mondo fosse cambiato parecchio nel corso degli anni. Ogni volta che mio padre mi faceva la sua solita ramanzina, mio nonno ripeteva: oggi non si può essere seri a diciassette anni. 

Non c’era più la guerra, non c’era la siccità o la crisi, avevamo tutto ciò che potevamo desiderare quindi noi giovani non dovevamo preoccuparci per nulla.

Ebbene gli ho dato ascolto e ho sempre creduto avesse ragione, lui e tutti gli altri che ripetevano le stesse parole. A quella età pensavo alla prossima festa da organizzare con gli amici, alla prossima partita sul campo improvvisato nel parco vicino casa, a come non farmi beccare da mia madre mentre rientravo a casa dopo aver bevuto un paio di birre di troppo. Qualsiasi cosa facessi, ricordavo le parole del nonno e cercavo di usarle come scusa o come filosofia di vita. 

Persino quando l’ultimo anno di superiori è arrivata una nuova ragazza, mi sono detto che alla fine non ero serio. L’ho vista camminare nel corridoio principale con la testa china su un foglio, con la fronte aggrottata mentre cercava di capire dove dirigersi. Cosa potevo fare se non offrire il mio aiuto da ragazzo gentile verso una damigella in difficoltà? Seppur riluttante, accettò. Scoprii con il tempo che aveva qualcosa di diverso dagli altri. Era una adolescente come tutti noi, eppure in alcuni momenti mi sentivo davvero piccolo e insignificante davanti a lei.

Aveva una sua opinione persino sulle questioni più complesse della politica o dell’economia e non diceva mai le cose a caso. Argomentava tutto, se esprimeva un suo parere, dava sempre delle motivazioni valide. La ammiravo davvero. Non so se fosse quello o i suoi occhi smeraldo o i suoi capelli neri morbidi e lucenti, o forse il suo sorriso, ma mi sono innamorato. Ero infatuato, cotto, perso, come solo un adolescente possa esserlo. Volevo stare accanto a lei, volevo tenerla stretta e baciarla per ore, volevo che guardasse solo me e allo stesso tempo non volevo che qualcuno scoprisse quello che provavo. 

A diciassette anni, come il nonno e altri continuavano a ripetere, non si poteva essere seri nemmeno in amore. E poi si trattava davvero di quello? Mio padre diceva che erano solo gli ormoni a parlare e che avrei fatto meglio a tenerli a bada perché lui non avrebbe risolto i miei casini. Mia madre mi faceva la ramanzina sulla sicurezza, su come divertirmi senza diventare padre troppo giovane e sulle malattie. Il nonno continuava a dirmi che lo rendevo fiero perché avevo scelta una bellissima ragazza mentre la nonna, la più romantica tra tutti stranamente, mi immaginava già sposato con figli. Io invece ero in un mondo tutto mio.

Passavo da un estremo all’altro come il tempo: un giorno davo ragione a papà e pensavo fosse una cosa passeggera, poi ricordavo i consigli di mamma e rabbrividivo ad immaginarmi con un neonato in braccio, un altro giorno davo ragione al nonno su quanto fossi fortunato e su come avessi scelto bene la ragazza. Raramente, ma lo ammetto, è accaduto un paio di volte, davo ragione alla nonna. A quella età non potevo certamente avere in mente un’immagine del futuro, c’erano troppe incognite e troppo lavoro ancora da fare. 

Stranamente e contro tutti i prognostici dei miei amici, sono rimasto accanto a lei tutto l’anno. La festa di Natale della scuola, capodanno, il ballo di fine anno, ho fatto tutto con lei. Mi sono comportato da vero cavaliere, altrimenti chi lo sentiva il nonno. Eppure a diciotto anni non si può essere seri, non davvero. O forse si può, ma la società, il gruppo, le persone, non vogliono questo per noi o semplicemente non ci permettono di dimostrarlo perché non siamo seri come lo erano loro.

Così ho seguito quello che dicevano: passerà, siete giovani e dimenticherete tutto. Siamo andati in due università diverse, centinaia di chilometri tra noi e lì le nostre strade si sono divise. Mi sono adattato al momento: feste al primo anno, sbronze e scherzi agli amici, arrivare in ritardo a qualche lezione o dimenticare di fare i compiti, fumare giusto per il gusto di provare l’esperienza. Ho fatto tutto, come ci si aspetta da un ragazzo a quella età. Ho finito gli esami e ho continuato a studiare, sono stato all’estero, ho visto e vissuto in posti meravigliosi, ho nella mente così tanti aneddoti da raccontare che ogni volta durante il pranzo di Natale salta fuori qualcosa di nuovo e diverso. 

Tuttavia non si poteva essere seri a diciassette anni in amore, ma neanche a venti e forse nemmeno a venticinque. Devi studiare, poi finisci e devi trovare un lavoro, fare carriera, mettere i soldi da parte, prenderti una bella casa e la macchina, e forse dopo puoi iniziare finalmente ad essere serio. 

Un amore adolescenziale durato un ultimo anno di superiori era niente, solo un bel ricordo per quasi tutti. Era un’esperienza che mi ha aiutato a maturare, come dicevano alcuni miei amici. Eppure per qualche ragione una voce dentro di me, mi ha sempre chiesto: e se invece fosse stato serio davvero? 

A trent’anni un amore, anche se nato solo da pochi mesi, è serio, è importante. Puoi sposarti in fretta e furia, puoi dimenticarti di prendere le giuste precauzioni e avere un figlio e quasi nessuno ti dice che non sei serio. Non sentirai gli altri dirti che sono solo ormoni, che è una cosa passeggera, un amore estivo che finirà velocemente, nessuno ti dirà che è una passione che si spegnerà appena cercherete di incastrare i vostri mondi e farli diventare uno solo perché a trent’anni si è adulti e consapevoli di tutto. 

Non so chi ha deciso questo e non so nemmeno perché, ma oggi lo dico chiaramente che non sono per nulla d’accordo. A diciassette anni ero poco serio, forse lunatico e ribelle, non mi rendevo conto di ciò che avevo attorno a me, non del tutto almeno. Una cosa la sapevo: amavo quella ragazza. Non era una cotta da poco, non erano gli ormoni in subbuglio, non solo, ma era amore. Sicuramente era incosciente, inconsapevole, innocente e ingenuo, ma era amore. Non davo peso a nulla se non ai sentimenti che provavo. 

Oggi le cose sono diverse. Perché a trent’anni si è adulti e seri, quando conosci qualcuno devi interessarti al suo lavoro, pensare a come incastrare i tuoi impegni con i suoi, dove sistemare una potenziale casa perché sia a metà strada tra i due lavori, dividere le spese, parlare e decidere di quale offerta convenga per il divano nuovo e chi cucina la sera.

A diciassette anni invece pensavo solo a come salire sulla bici e pedalare il più velocemente possibile per arrivare in tempo a casa sua e accompagnarla a scuola, a piedi. Pensavo a come risparmiare per comprarle un fiore e un braccialetto come regalo di compleanno, rinunciavo a una pizza con gli amici per andare a vedere un film con lei, sul divano del soggiorno della casa dei suoi, a debita distanza e tenendo le mani al loro posto. Ed ero felice. Non contava il futuro, il mutuo, le spese, contava solo vederla sorridere. 

Perché parlo di tutto questo? Perché oggi l’ho incontrata di nuovo e mi sono reso conto che forse quell’amore non era serio, ma era vero e forte. Ho capito questo perché l’ho riconosciuta subito, nonostante siano passati circa undici anni dall’ultima volta che l’ho vista. Mi è bastato girare la testa e ho capito fosse lei. Aveva i capelli sistemati con cura, indossava un tailleur e tacchi, elegante e raffinata, ma era sempre lei. Ho capito di averla amata davvero perché il mio cuore ha iniziato a battere all’impazzata e in un solo istante ho compreso ciò che negli anni avevo nascosto persino a me stesso: non ero single per scelta, perché non volevo impegnarmi o perché non avessi trovato la donna giusta, ero single perché nessuna tra le donne che ho provato a conquistare era lei. 

Penserete che la cosa sia romantica, che sia finalmente guarito dal mio voler essere single e che sia corso da lei ad abbracciarla, a baciarla e a dichiararle il mio amore, che tra l’altro non si era mai spento in quegli anni. Vorrei dirvi che è stato così, ma la realtà, come diceva sempre mio padre, ti investe in pieno viso come un treno quando meno te lo aspetti. Ha alzato una mano per sistemarsi gli occhiali e ho visto la fede sull’anulare sinistro e dietro di lei una bambina che le somigliava troppo. 

Non pensate male, non era il fatto che avesse una bambina a tenermi inchiodato al pavimento di quella caffetteria. L’avrei amata come se fosse stata mia. Era il sorriso di lei a fermarmi, quel sorriso che conoscevo bene e che non era cambiato dopo tutti quegli anni, rivolto a un altro uomo. Era felice e io non potevo fare altro che guardarla sorridere e lasciarmi travolgere dai ricordi. 

Sono rimasto immobile e ho guardato la scena, da grande masochista che sono, fino a quando lei è uscita fuori ed è scomparsa dal mio campo visivo. Non potevo fare altro perché io avevo rinunciato a tutto quando ho dato ascolto a quelle parole. Faceva male? Sì, ma era un dolore che in fondo si trascinava avanti da anni e al quale ero ormai abituato. Mi sarei messo a piangere disperato? No, perché nonostante tutto la vita va avanti. Per una serie di scelte, ero arrivato a quel punto e non potevo tornare indietro. Avrei continuato la mia vita fino a quando non avrei incontrato una donna che mi avrebbe fatto battere il cuore quasi come lei. Nessuna sarebbe stata lei perché in fondo quell’amore innocente, ingenuo e forte dell’adolescenza non tornerà mai. 

A trent’anni si deve essere seri e adulti, pesare tutto e pensare alle conseguenze.

Maledetto mondo e maledette le sue convinzioni. Per tutti loro ho perso quello che poteva rivelarsi l’amore da favola della mia vita. 

Disclaimer & copyright

Il contenuto del racconto pubblicato sopra è protetto dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d’autore, legge n. 633/1941, qualsiasi riproduzione anche parziale senza autorizzazione è vietata. Questa breve storia è un’opera di fantasia, personaggi e situazioni sono inventate e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

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14 Comments

  1. Una storia meravigliosa. Mi hai emozionata molto. Quante cose vere che hai scritto, partendo dalla poesia. Ho sentito sulla mia pelle i dubbi del protagonista, i suoi rimpianti, i giudizi della società e della famiglia… Il rimpianto… Complimenti è meraviglioso e scritto benissimo.
    Silvia di Silvia tra le righe.

  2. Tanto amaro quanto reale, Liv, e per questo hai creato nel mio cuore un gigantesco cratere! Nonostante avessi desiderato una conclusione diversa -ricordi il mio animo romantico, sì? Ecco ahah-, quella che hai scelto tu è stata decisamente la più giusta 🙂 Non posso far altro che complimentarmi, anche per come hai legato al testo l’argomento di novembre :3 Bravissima!

    P.S.: Spero che il tuo protagonista troverà ciò che cerca, prima o poi <3 Non essere troppo crudele con lui, dai 😛 Ahah

  3. Simona Busto

    Una storia per certi versi brutalmente vera. La vita finisce per sbatterti in faccia le occasioni perse ed è raro che ti conceda un’altra possibilità.
    La realtà è che a diciassette anni si può essere seri, ma è difficile analizzare i propri sentimenti, troppo spesso ci si lascia condizionare da quel che pensano gli altri.

  4. Ciao Liv!
    Ti faccio i complimenti per come hai saputo usare la poesia di Rimbaud, il suo significato intrinseco, più che le parole che la compongono, perché ne è uscita una riflessione incredibile sull’influenza della società nelle nostre vite. Tutti i diktat e i pregiudizi alla fine minano la crescita dell’individuo e bisogna essere in grado di capire quando accettarli e quando invece fregarsene per costruire se stessi nel modo migliore possibile. Il tuo personaggio se ne rende conto troppo tardi ed è triste, ma anche tanto realistica, la sua riflessione finale. Non sempre può esserci un lieto fine sdolcinato, l’happy ending da favola, perché la vita è così, ti fa sbattere contro un vetro che non hai visto arrivare, mettendoti davanti a esiti imprevedibili.
    Hai uno stile che rende facile immedesimarsi con ciò che scrivi, permettendoci di entrare a far parte della storia con naturalezza ed è fantastico. Mi è piaciuto tantissimo!

    1. Liv

      Ciao. Sono contenta che ti sia piaciuto il racconto e che ti abbia fatto riflettere. Devo dire che questo racconto è nato per caso, senza regole, mi sono messa a scrivere ed è venuto così e sono davvero molto contenta perché i vostri commenti mi stanno dando un sacco di soddisfazioni.
      Grazie a presto:)

  5. Il tuo non è stato solo un racconto ma anche un’ottima riflessione. Spesso e volentieri, nel sentire le opinioni degli altri tendiamo a fare le scelte sbagliate di cui ci pentiamo anche anni dopo. E’ vero, in molti pensiamo che l’amore da adolescente non sia autentico, solo roba dettato dagli ormoni ma alla fine è sempre amore e non va sottovalutato. Complimenti, un bellissimo racconto che, nonostante il finale doloroso, ho apprezzato tanto.

  6. Silvia Maria Bragalini

    Ciao Liv! Grazie per aver raccolto la mia sfida poetica e per aver scelto anche tu la poesia su cui alla fine mi sono orientata. Poi, la tua storia mi è davvero piaciuta, perché, come ha detto anche Stephi, essendo davvero riflessiva, ha stimolato tanti pensieri anche in me. Posso dirti senza mezzi termini che quando critichi la concezione di amore che si ha a trent’anni sfondi una porta aperta con me: non sai quante volte ho avuto la sensazione che crescendo si sia persa la magia, che le troppe beghe dell’età adulta abbiano un po’ “ucciso” lo spirito romantico di molti di noi. Voglio dire, sembra ieri che ce ne stavamo in vacanza con la compagnia, a spiare il ragazzo che ci piaceva, a uscire tutti insieme di notte dall’albergo per guardare le stelle e sognare insieme… ed ora siamo circondati di amici sposati che parlano delle “loro decisioni” su mutuo e lavoro con rara pesantezza, e vorrebbero pure che anche noi single troviamo “qualcuno” (tipo chiunque, eh) per il gusto di vivere queste mirabolanti avventure. Che noia, eh?!? Ma come è potuto succedere?

    Come hai visto, anche io ho lasciato andare uno “stream of consciousness”, perché la tua storia mi ha suscitato davvero tante riflessioni.

    Ti segnalo solo una piccola cosa che secondo me è da cambiare: invece di “come solo un adolescente POSSA essere” io metterei “POTEVA essere”. Per il resto, complimenti davvero, e alla prossima!

    1. Liv

      Ciao. Sono contenta ti abbia fatto riflettere e che tu abbia deciso di condividere i tuoi pensieri qui.
      Credo che il tutto sia nato da quello che vedo e sento attorno a me, su come scegliere le cose, su come organizzarsi, sul fatto che il tempo scorre.
      Credo che questa poesia abbia fatto pensare tutti noi 🙂
      Grazie.

      1. Anne Louise Rachelle

        Devo ammetterlo, Liv, mi hai lasciata a bocca aperta. Ho letto tutto d’un fiato il tuo flusso di pensieri e devo dire che mi ha colpita, facendomi riflettere. Ci sono talmente tante cose che diamo per scontate che non ce ne rendiamo neppure conto. Gli stereotipi del nostro tempo, della nostra società, del nostro mondo sono così radicati che a volte – in chissà quanti casi è successo – distruggono possibilità infinite che non si prendono in considerazione proprio in virtù di essi. Fa paura, è doloroso prenderne atto, ma è cosi e tu sei riuscita col tuo scritto a darmi questa consapevolezza, con uno stile asciutto, veloce, senza fronzoli. Ho notato solo qualche piccolo refuso, ma nulla di sostanziale… ancora bravissima e al prossimo racconto!

  7. Stephi

    Ciao Liv! Sono contenta di leggere questo tuo racconto, che hai scritto a partire da una delle poesie che di questa sfida mi avevano colpito di più. Come sempre quando crei questi monologhi riflessivi riesci a toccare una quantità di temi molto ampia, e a trattarli tutti con grande delicatezza, pur alternando la “nuda e cruda verità” con la visione più romanzata della vita che tipicamente ha uno scritto. La cosa che apprezzo di più di questa forma è che riesce a far ragionare non solo il personaggio, ma anche noi lettori, e questo è molto bello e te ne sono molto grata. E ti dico che, leggendolo in questa chiave, non mi dispiace nemmeno che il finale sia così… non triste, ma realistico, perché al posto del tuo protagonista potrebbe esserci chiunque di noi. Questo facilita anche l’immedesimazione: ognuno di noi, ne sono certa, nella vita ha vissuto una situazione simile, si è sentito allo stesso modo, e ha anche condiviso questi pensieri con il protagonista. Tutto questo rende ancora più sentito il racconto, e piacevole la lettura. Complimenti quindi, e ancora grazie per gli spunti di riflessione! 🙂 A presto, Stephi

    1. Liv

      Ciao. Grazie per il commento e per i complimenti. Sono sempre felice quando un mio racconto fa riflettere, perché credo che sia una grandissima soddisfazione questa.
      Il finale, come dici tu, non è triste, è realistico. La vita è fatta alla fine di alti e bassi e quindi non potevo non rendere il personaggio e la situazione più verosimile possibile.
      A presto.

  8. Martina

    Fino all’ultimo speravo che stessero insieme di nuovo, ma in fondo è un finale più che realistico, non siamo nel mondo delle favole purtroppo..
    Bellissimo racconto comunque! Sono sempre contenta di leggerli 🙂

    1. Liv

      Ciao 🙂 Grazie per leggere ogni volta tutto quello che scrivo e grazie per il commento.
      Hai ragione, siamo nella realtà dove non sempre le cose sono come vorremmo.
      Grazie ancora 🙂

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