Storytelling Chronicles: “Tale padre, tale figlio diverso”

Storytelling Chronicles: “Tale padre, tale figlio diverso”

Nota

copertina storytelling
foto di Tania

Il racconto “Tale padre, tale figlio diverso” partecipa all’evento Storytelling Chronicles organizzato da Lady C di La nicchia letteraria. Il tema del mese di marzo era: “padre”.

Un tema sul quale si può dire tutto e niente, quindi spero di essere riuscita a mandare un messaggio con la mia riflessione perché è più questo, una specie di monologo di un personaggio che si interroga su diverse cose.

Tale padre, tale figlio diverso

Colui che genera un figlio non è ancora un padre, un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno.
Fëdor Dostoevskij

La mela non cade lontano dall’albero… da un punto di vista della fisica non ci sono dubbi. La gravitazione ha le sue leggi e la forza di gravità attira tutto verso il basso, di conseguenza una mela che si stacca non può fare altro che cadere a terra sotto i rami del melo. Può rotolare un po’, forse il vento si mette in mezzo e la sposta di qualche centimetro, la forza di Coriolis fa vedere i suoi effetti, ma alla fine quella mela rimane in un raggio piuttosto ristretto attorno all’albero dal quale si è staccata. Insomma, è così da sempre. Newton ha persino fatto una legge sulla quale si basa gran parte della fisica di oggi e nessuno ha mai pensato di cambiare neanche una virgola. Ci sarà una ragione importante in tutto questo, non è così?

Lasciando stare la fisica e le sue regole che sono molto più complesse di ciò che abbiamo detto sopra, pensiamo a quella frase iniziale: la mela non cade lontano dall’albero. Quante volte l’avete usata o sentita? Parecchie, ne sono certo. E quasi sicuramente non aveva nessun legame con la fisica o con Newton. Con il tempo il suo significato primario è diventano un altro e tutti noi lo conosciamo bene. Direi che possiamo riassumerlo con un altro detto: “tale padre, tale figlio”. Avete capito dove voglio arrivare? Da decenni, secoli, forse millenni siamo praticamente condannati dalla nascita. Se i nostri genitori erano poveri, anche noi lo saremo, se loro non hanno studiato quindi erano ignoranti, lo saremo anche noi. Non siete convinti?

Quando vedete una persona che ha una bella macchina, vestiti visibilmente costosi, ed è parecchio giovane, cosa pensate? È un figlio di papà, i genitori li hanno dato tutto quello che ha. Non scuotete la testa, non negate, perché il primo pensiero che vi sfiora la mente è quello. Poi forse riflettete un po’ e arrivate al fatto che sia un ragazzo che ha studiato e ha dedicato se stesso al lavoro giorno e notte e quindi la macchina, i vestiti, la ricchezza che possiede alla fine sono solo frutto del suo duro lavoro.

Non siete ancora convinti del fatto che “tale padre, tale figlio” sia la prima cosa che ci compare nella mente? Pensiamo allora a una bella ragazza: capelli biondi tutti boccoli, alta, snella, le proporzioni perfette o quasi, un sorriso da miglior pubblicità di un dentifricio, con una bella voce soave che riuscirebbe a convincervi persino di rinunciare alla cosa che amate di più.

Cosa c’è adesso nella vostra testa? Ha avuto fortuna e ha ricevuto i geni migliori dei genitori. Poi li vedete davvero e il padre è sì alto e slanciato, ma non proporzionato davvero, la madre ha i capelli biondi ma non così setosi, assomiglia a loro eppure la sua bellezza non è data solo da quello. I suoi muscoli sono frutto di ore di allenamento in palestra, di sacrifici, di cura per quei capelli stupendi e per quei denti così dritti e bianchi. La sua immagine è il risultato di un duro lavoro.  

Forse adesso qualche rotella nella vostra mente si muove per farvi arrivare dove volevo dall’inizio di questo discorso senza senso. State cominciando a pensare che probabilmente non ho del tutto torto, che in molti casi dite quella frase con troppa facilità, senza riflettere attentamente. Non vi faccio una colpa, è un circolo vizioso che va avanti da secoli e noi stiamo solo tramandando la tradizione come altri hanno fatto con noi.

I miei semplici esempi di sopra – un po’ sciocchi lo ammetto, i tipici stereotipi ne sono consapevole – vi hanno portato al punto importante del mio discorso: i figli sono uguali ai padri. E vi chiedo in questo momento, è davvero così? Non rispondete subito, fermatevi e pensate bene prima di dirmi qualcosa.

Siamo davvero così uguali a loro? Abbiamo parte del loro DNA quindi non possiamo di certo controllare una certa somiglianza fisica, non possiamo controllare nemmeno il fatto di ereditare qualche malattia perché ahimè la genetica ha anche lei le sue leggi. Tuttavia io vi chiedo, siamo davvero solo quello? È il nostro DNA a stabilire chi siamo? Il fatto di avere gli occhi marroni come il padre o un’altezza non proprio da gigante come la madre, fa di noi degli esseri uguali ai nostri genitori? Se pensate sia così, allora siamo condannati dalla nascita. Non importa come ci chiamiamo, cosa facciamo nella vita, ma solo da chi nasciamo. Non importano il carattere, i nostri sogni, i nostri desideri ma solo chi sono i nostri genitori e cosa hanno fatto.

Vedete, questo è un’arma di distruzione in ogni senso, dal mio punto di vista ovviamente. Se i nostri genitori erano amanti della letteratura e della musica, allora noi non possiamo diventare ingegneri, se loro erano dei geni allora noi non possiamo essere da meno. L’eredità a volta ha un peso enorme sulle nostre spalle, di fronte alla società e quasi sicuramente per noi stessi.

Immaginate di essere il figlio o la figlia di un personaggio come Einstein e non capire nulla di fisica. Un duro colpo, con un padre così non potete non risolvere le equazioni della relatività a dieci anni. Sei la figlia di un famoso cantante e sei stonata? Mi dispiace per come ti guarderanno tutti quelli che conoscerai nel corso della tua vita. Sei il figlio di un ladro? Di certo non diventerai un avvocato. Sei il figlio di un criminale? Allora non hai altra strada da seguire se non quella della delinquenza. Funziona così davvero?

Forse adesso, dopo tutti questi esempi un po’ stereotipati, mi direte che quella frase non rispecchia molto la realtà; che i figli sono esseri indipendenti e non dei prolungamenti dei genitori, che voi stessi siete diversi da vostra madre e da vostro padre e che i vostri figli sono o saranno ancora più diversi da voi.

Eppure “tale padre, tale figlio” è un detto usato da secoli e tramandato ancora. Potete dirmi adesso che siamo ognuno diverso e unico a modo suo, eppure alla prima occasione ritornerete alla frase di partenza. Lo facciamo tutti prima o poi, io per primo. Ed è dura, non lo facciamo con cattiveria, viene naturale a tutti. Quanti di voi hanno pensato nella loro vita “non voglio essere così come mio padre…” magari per una sciocchezza oppure “voglio essere così bravo come lui…”. Tutti, lo abbiamo fatto tutti almeno una volta.

E sapete cosa ci frega? Il fatto che quel pensiero certe volte diventa una specie di ossessione. Si insinua piano piano nella nostra mente e rimane lì, si ripete, produce un eco lieve che mette radici nel nostro cervello e dentro la nostra anima. Riaffiora quando meno ce lo aspettiamo e non possiamo fare nulla perché è irrazionale. Diventa una sorta di riflesso involontario. Razionalmente sappiamo che non è vero, da un punto di vista logico distruggiamo quel pensiero, eppure non possiamo smettere di averne paura.

E torniamo sempre allo stesso discorso: speriamo non diventi come il padre. Lo pensate voi o qualcun altro, non cambia molto. Se è una qualità allora vi sentirete in continua gara con chiunque per dimostrare che siete all’altezza di quel padre di cui tutti parlano bene. Dovete far vedere al mondo di aver seguito i suoi insegnamenti, i suoi consigli e di essere diventati meglio del maestro. Se invece è una cosa negativa, passerete la vita intera o quasi a dimostrare che non siete come lui, che siete meglio. E in entrambi i casi portate sulle spalle un peso enorme. Volete nascondervi per paura di fallire e di deludere. E per quanto vi sforziate, ritornerete sempre lì…

tale padre tale figlio
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“Tale padre, tale figlio” e quando lui non è stato proprio il figlio prediletto, quando lui non è mai stato il marito o il padre che doveva essere, è proprio allora che vi sentirete condizionati nel profondo. E se lui fosse stato un alcolizzato allora voi non trovereste un’altra strada che diventare come lui? Le sue scelte quindi dovranno essere per forza le vostre?

Una persona può sbagliare, non siamo perfetti e gli errori li commettiamo ogni giorno. I responsabili per le nostre azioni però siamo noi. Non siamo colpevoli per ciò che qualcuno ha fatto prima di noi e neanche per ciò che qualcuno farà dopo di noi. Siamo condizionati dall’educazione che riceviamo, dal posto dove cresciamo, dalla cultura che ci circonda, dalle tradizioni e dalle conoscenze, eppure diventiamo le persone che scegliamo di essere, ogni giorno.

Se vostro padre avesse avuto dei problemi con l’alcol, perché dovreste averli anche voi? Perché non potreste andare a una festa e fare un brindisi? O non potreste magari fare una stronzata da adolescenti e tornare una volta a casa brilli? Perché non potreste bere una birra con gli amici? Perché ognuna di queste cose può fare di voi un alcolizzato? Non è così facile diventarlo, siamo sinceri e oggettivi.

Non basta una birra per trasformarci in degli alcolizzati che trovano rifugio in un bicchiere di qualsiasi cosa che contenga alcol, non basta una sbronza per trasformarci in persone che vanno in coma etilico senza nemmeno rendersi conto, non basta un bicchiere il sabato sera con gli amici per far sì che dimentichiamo qualsiasi cosa che sia attorno a noi, al di fuori di quella dannata bottiglia. Eppure se siete il figlio di un tale padre, pensate che prima o poi sarete tale figlio.

Mi direte: no, non è così, anzi. Avete avuto un esempio e sapete come sfuggire a quel mondo, sapete come stare lontani da ciò che vi fa male.

Non posso essere più d’accordo con un simile pensiero, eppure come la mettiamo con quella vocina incontrollata che fa capolinea nella vostra mentre quando meno ve lo aspettate? Cosa ne facciamo di quel pensiero che viene fuori mentre fate un brindisi? “E se questo mi porterà ad essere come lui?” Potete ridere persino e affermare con convinzione che non accadrà mai, ma la mente funziona in un modo che nessuno di noi comprende a pieno.

Ogni volta che sentite il sapore dell’alcol vi chiedete se sarete in grado di fermarvi, ogni volta che fate un brindisi vi chiedete se sarà solo un modo per festeggiare o se diventerà uno dei tanti bicchieri che vi porteranno alla distruzione di voi stessi. Ogni volta vi chiedete se non vi annebbierà la mente, se un momento di sconforto e difficoltà non vi porterà sulla stessa strada intrapresa da lui, se non farete le stesse scelte poco azzeccate nella vita, solo perché avete il suo DNA.

E se poi fisicamente gli assomigliate un po’, se avete qualche tratto del suo carattere, ecco che quel pensiero diventa ancora più ossessivo: Finirò per annegare i miei dispiaceri in un bicchiere di vino? Darò via qualsiasi cosa sia in mio possesso per riuscire ad avere ancora una bottiglia da svuotare e fare tacere la mente? Mi annienterò fino a quando di me rimarrà solo un ricordo sbiadito nella mente di tutti? Ricorderanno di me solo la mia brutta discesa bicchiere dopo bicchiere, bottiglia dopo bottiglia fino a dimenticare che una volta ero anche altro?

Possiamo girare attorno quanto vogliamo, possiamo essere forti e combattere ogni giorno per essere migliori del vicino di banco, dell’amico, del fratello o del mondo intero. Tuttavia mentre gli altri li possiamo dimenticare o battere facilmente, non possiamo fare nulla contro l’eredità, la grande ombra che nostro padre lascia su di noi.

Alcuni devono essere all’altezza di quella ombra, altri devono opporsi con tutte le loro forze. Alcuni di voi lottano con eredità importanti, devono dimostrare ogni giorno di essere intelligenti, bravi con i numeri, nella corsa o in qualche sport. Io devo dimostrare, a me stesso prima di tutto, di non essere come lui. Perché devo farlo?

Non me lo dice nessuno, nessuna legge o persona me lo sta chiedendo se non quel detto presente nella società e nella tradizione. E soprattutto, quella che mi fa il terzo grado è la mia paura inconscia di sbagliare e non riuscire a rimediare, di diventare un’ombra di me stesso come lui è diventato l’ombra di ciò che poteva essere. È un peso che si sente lì sulle spalle, dentro la mente ogni volta che si guarda soltanto un bicchiere, una sorta di vergogna anche se non si è fatto nulla di male, una specie di paura di parlare di qualsiasi cosa sia legata a lui; paura di essere deriso, etichettato, di essere guardato con pietà dagli altri.

Le cose buone possono essere sopportate e a volte persino dimenticate, quelle negative invece è come se pesassero dieci volte tanto. Non conta in fondo nulla di ciò che ha fatto di buono perché il cervello ha segnato un’unica cosa e cerca di proteggersi da quella: era un alcolizzato e io non devo diventare come lui.

Fa male, brucia dall’interno, apre ferite che non riusciranno mai a chiudersi completamente, eppure si va avanti. In un giorno di festa dove tutti fanno gli auguri ai loro padri, io penso solo al fatto che forse non ho mai conosciuto davvero il mio. Colpa sua? In parte. Colpa mia? Anche. Colpa dell’alcol che in modo subdolo gli ha offerto una via d’uscita facile? Molto probabile. Ad un certo punto però non conta più la colpa, non si cercano i colpevoli da condannare perché non ha più senso. Si cerca solo di fare tesoro di un insegnamento, anche quello di non bere.

Tale padre, tale figlio… Anzi no, forse questa volta le mie scelte mi porteranno lontano da quella strada buia che è la dipendenza, mi terranno lontano dalla tentazione di scegliere l’uscita più facile. Quella ombra mi condizionerà spesso, è innegabile, ma lotterò per dimostrare che il mondo con i suoi detti non ha sempre ragione.

 Non siamo come i nostri padri, non lo saremo mai, perché siamo persone uniche e come tale facciamo le nostre scelte e abbiamo la nostra strada da percorrere. Smettete di fermarvi davanti a un misero concetto, perché può anche durare e tramandarsi da secoli, ma non sarà mai legge per nessuno di noi.

Siamo diversi dai nostri padri, chiunque essi siano stati, siamo migliori di loro e aiutiamo i nostri figli ad essere diversi e migliori di noi.

Liv

Informazioni

Quando ho visto il tema sono andata in crisi perché sinceramente non sapevo cosa scrivere. Con un tema simile si può davvero scrivere tutto o niente e io volevo cercare anche un messaggio in tutto questo, non raccontare un episodio e basta. Così è nata questa riflessione su ciò che riceviamo in eredità dai nostri padri, su ciò che ci condiziona, su chi possiamo essere. Non è un racconto particolarmente positivo perché credo che vadano raccontate entrambe le facce della medaglia.
La foto presente nel racconto, che per me è come una copertina, è stata fatta in modo che un uomo e un giovane si sovrapponessero, e uno dei due tiene in mano una bottiglia. L’ho trovata perfetta per riassumere il racconto e l’ho fatta proprio in questo modo. Chiedo scusa per le mie doti di grafica non proprio eccellenti.

A voi i commenti.

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Il contenuto pubblicato sopra è protetto dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d’autore, legge n. 633/1941, qualsiasi riproduzione anche parziale senza autorizzazione è vietata. Questa breve storia è un’opera di fantasia, personaggi e situazioni sono inventate e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.

18 Comments

  1. Ciao sono Silvia di Silvia tra le righe
    Complimenti. Adoro il tuo stile. Scrivi benissimo. Inoltre hai creato qualcosa di davvero originale. Ho apprezzato il tuo ragionamento , che tra l’altro condivido. L’ho già detto ma lo ripeto: scrivi benissimo.

  2. Ciao. Sono Silvia di Silvia tra le righe. Complimenti. Adoro il tuo stile. Scrivi benissimo. Inoltre hai creato qualcosa di davvero originale. Ho davvero apprezzato il tuo pensiero, che tra l’altro condivido. L’ho già detto ma lo ripeto: scrivi benissimo.

  3. Ciao!
    Devo dire che, a tratti, questa tua riflessione assomiglia a un racconto: mi sono immaginata questo ragazzo fermo in mezzo a un palco o su una sedia davanti a una telecamera che ci racconta la sua esperienza, mostra e smonta stereotipi perché cerca di non essere come il padre non perché deve, ma perché scegli di seguire un altro tipi di stile di vita e mi è piaciuto per questo.
    Alcuni punti, tuttavia, si ripetono per sottolineare i concetti e a volte questo rende la lettura un po’ farraginosa, dove è difficile tenere il punto del discorso di fondo (o almeno è la mia impressione).
    A parte questo è una riflessione giusta e stimolante! Davvero ben fatta!

  4. Nulla togliendo all’importanza della tua riflessione -mi ha colpita molto per la sua veridicità, lo ammetto, sebbene sia pro rispetto alcune tue affermazioni e contro altrettante, ma rimane interessante vedere la diversità di opinione 🙂 Potrebbe essere lo spunto da cui far partire un bel dialogo molto fruttuoso, tra l’altro ;)-, ho riscontrato qualche difficoltà nella lettura 🙁 Mi spiego meglio. Ho trovato il pezzo molto lento e questo mi ha fatto arrancare nell’assimilazione dei vari concetti che, a tratti, mi sono parsi quasi ripetitivi -forse bastava metterli giù in maniera diversa, non so, la sparo, perché comunque, al di là del resto, non mi sono affatto dispiaciuti! Unire i concetti tangibili della fisica con qualcosa di più astratto come le elucubrazioni negative della maggioranza delle persone regala un taglio particolare al tuo scritto che ne sottolinea, indiscutibilmente, la bellezza intrinseca-. Tuttavia, ho apprezzato moltissimo il fatto che la voce narrante coinvolga il pubblico, spingendolo a partecipare insieme a lei 🙂 Sarò battezzata come “disagiata” dopo questa mia uscita, ma cercavo di rispondere alle domande che ponevi AHAHAH Una nota di merito, infine, va, di sicuro, alla chiusura. Mi sono sentita estremamente coinvolta, in particolar modo qui: “Tale padre, tale figlio… Anzi no, forse questa volta le mie scelte mi porteranno lontano da quella strada buia che è la dipendenza, mi terranno lontano dalla tentazione di scegliere l’uscita più facile. Quella ombra mi condizionerà spesso, è innegabile, ma lotterò per dimostrare che il mondo con i suoi detti non ha sempre ragione.”: nonostante vada benissimo la sua natura di non racconto, questo estratto potrebbe dichiarare la sua appartenenza a una storia fatta e finita 😉

    1. Liv

      Ciao. Grazie per il tuo commento. Per il dialogo quando vuoi, fai un fischio 😉
      Sono d’accordo con te, è interessante vedere le opinioni diverse, e trovare nei commenti alcune vostre idee, è stata una grande soddisfazione per me. Anche il fatto che tu abbia cercato di rispondere alle domande, perché significa che in qualche modo sono arrivata a chi legge, sono riuscita in parte almeno a renderti partecipe alla storia e sono davvero molto molto contenta.
      Per la lentezza o per il fatto che alcuni concetti siano ripetitivi ti do ragione. Ho scritto di getto e non riuscivo a cambiare le cose perché avrei stravolto il racconto e non volevo. Mi spiego: sono pensieri di una persona (almeno io l’ho vista così) e quindi ripetitivi, e togliere alcune cose non so come avrebbero trasformato il tutto. Ci proverò e ti farò sapere cosa viene fuori 🙂
      A presto e ti ringrazio ancora per le tue parole.

  5. Simona Busto

    Una bella riflessione.
    La nostra provenienza ci condiziona in maniera pesante, è innegabile. A volte però la famiglia d’origine ci affibbia una vera e propria etichetta, da cui è difficile liberarsi.
    Per fortuna possiamo comunque ancora decidere chi essere.
    Grazie di avermi dato uno spunto prezioso per pensare.

  6. Non è un racconto ma il tuo pensiero mi ha molto colpito. Mi ha fatto davvero riflettere sulla figura del padre, del rapporto tra essi e i pregiudizi della società. Quello che dici è tutto vero, usiamo spesso il detto “tale padre, tae figlio” ma spesso e volentieri non pensiamo a quello che ci sta dietro. Non è solo questione di DNA ma è qualcosa di molto più profondo. Comunque mi avevi conquistata già dalla scelta della citazione a inizio capitolo. Sei stata davvero brava.

  7. Stephi

    Ciao Liv, in tutta onestà? Non so da dove cominciare questo commento. Non perché il racconto, o meglio, il flusso di pensiero sia scritto male, anzi, ma perché tratta talmente tanti argomenti che ci si potrebbe scrivere un altro racconto sopra. Sei riuscita a farmi fare un percorso davvero significativo con queste parole: dal generale, come può essere un modo di dire, ti sei calata paragrafo per paragrafo fino allo specifico, per far conoscere al lettore il pensiero più concreto del protagonista, aiutando a giungere ad una conclusione non solo lui, ma anche chi da fuori come noi seguiva man mano le sue parole e si fermava frase dopo frase a riflettere insieme a lui, cercando nella propria vita ricordi ed esempi di quanto raccontato e valutandosi a riguardo, come fa spesso anche chi racconta questa storia. (Da notare in quello che ho appena scritto come il flusso di pensiero si sia impossessato anche di me!) Ciò detto, trovo davvero la tua una riflessione profonda e mai banale, ben articolata in ogni suo concetto e significativa da tanti punti di vista. Sei riuscita a descrivere anche indirettamente il protagonista del racconto, facendoci entrare nella sua parte più intima, i pensieri, e ci hai restituito un gran pezzo che senza ombra di dubbio funziona nel suo scopo: far riflettere. Complimenti! Davvero davvero complimenti!

  8. Debora Paolini

    Ho visto spesso commentare in maniera negativa l’uso dello stereotipo. Io stessa lo sopporto poco, ma solo quando è messo lì per “acchiappare”, per fare sensazione e basta. Qui, secondo me, tu l’hai adoperato in maniera davvero intelligente, l’hai reso utile, sensato. Ne hai, in un certo senso, evidenziato radici e natura, l’hai capovolto e sviscerato. Mi hai costretta a meditare su ogni affermazione. A volte sono stata d’accordo, altre no, però alla fine ho trovato il tutto molto sensato e coerente. Ho trovato solo un refuso: “i genitori li hanno dato tutto quello che ha”, ma per il resto tutto fila alla grande. Sei riuscita, rispetto al tema, a tirar fuori qualcosa di originale. Complimenti davvero.

  9. Silvia Maria Bragalini

    Ciao! A me è piaciuta questa forma di narrazione: può sembrare, all’inizio, una riflessione generica, ma poi, a poco a poco, entra nello specifico e approfondisce una storia personale. Ho trovato il tuo lavoro ricco di spunti di riflessione ed interessante: gli esempi che fai, come hai detto tu, possono essere un po’ stereotipati, ma sono ben inseriti nel contesto generale. La forma è corretta, scorrevole e non ho riscontrato errori. In effetti non si tratta di narrativa al 100%, è qualcosa di diverso, ma secondo me il risultato è buono e quindi va bene così 🙂

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